Abiura di Cagliostro al processo – 2

QUI la prima parte dell’articolo

Si può formulare questa ipotesi: la Cerimonia, costruita ad arte dal Tribunale della Santa Inquisizione Romana con persona diversa dal conte di Cagliostro, irriconoscibile, nascosta alla vista dei presenti, ricoperta da un velo nero, addobbata con l’abitello (chiamato anche sambenito dagli spagnoli, era la veste indossata dagli eretici penitenti), sarebbe stata organizzata allo scopo di evitare l’attuazione integrale della Sentenza del 7 aprile, la quale prevedeva proprio, in mancanza di abiura, l’immediato affidamento del conte al Braccio Secolare (il boia) per l’esecuzione della pena capitale. Pertanto, solo una Cerimonia ufficiale, condotta in modo spettacolare nelle pubbliche strade e in una Chiesa di Roma, avrebbe potuto garantire ai presenti, e ai posteri, la regolarità della procedura adottata dal Papa, e, alla fine, giustificare il suo perdono.

Infatti, l’eventuale decisione di applicare fino in fondo la Sentenza avrebbe avuto sviluppi assai negativi, in un momento storico difficile per il Potere Temporale del Papato, sia riguardo la sopravvivenza dello Stato Pontificio sia, soprattutto, riguardo l’integrità fisica dello stesso Papa Pio VI, inviso, insultato e osteggiato, così come avveniva allora, da facinorosi rivoluzionari laici, giacobini e massoni!

A conferma della teoria di un’altra persona al suo posto, camuffata in modo irriconoscibile durante la Cerimonia dell’abiura pubblica, esistono alcune circostanze.

La prima: chi scrisse la lettera del 15 dicembre 1790 inviata al Tribunale durante la prigionia a Castel Sant’Angelo, e firmata: il Penitenti G.B.? Il tono della supplica, il testo sgrammaticato, il carattere della scrittura e la firma non sono chiaramente quelli del conte; inoltre, perché l’autore scrive: “Penitenti”, se Cagliostro fu sempre dichiarato, e lui stesso lo confermò, impenitente?

La seconda: chi scrisse la lettera, sempre del 1790, firmata indegnissimo figlio Giuseppe Balsamo peccatore pentito? Non certo il conte. Infatti, non solo l’autore ripete il ritornello del pentimento, che mai ci fu, ma, quando si autodefinisce:

[…] reo di essere fondatore di una Società Massonica la cui costituzione non fu composta da lui ma cavata da un libro manoscritto che gli venne alle mani in Inghilterra sotto il nome di Giorgio Cofton,

sicuramente non poteva essere il conte di Cagliostro, il quale mai avrebbe avvallato un tale madornale errore, riportato anche dal Compendio!

Infatti, G. Cofton non è mai esistito, e il suo nome non è mai stato ritrovato negli Archivi della Massoneria e dell’Esoterismo; semplicemente, fu male interpretata la firma apposta in corsivo alla fine del testo originale del Rituel de la Maçonnerie Egyptienne scritto a Lione nel dicembre del 1784, sotto dettatura dello stesso conte di Cagliostro, dal Maestro Venerabile della Loggia La saggezza Trionfante. Costui, che si chiamava Jean Marie de Saint-Costar, era una persona assai nota come facoltoso banchiere di quella città, e godeva anche di grande stima nella Massoneria lionese. La sua firma, così realmente apposta: S. Coƒtar, può essere benissimo interpretata come G. Coftar, G. Cofton, oppure come G. Costar G. Castar, secondo la fantasia del lettore del momento.

Già Marc Haven, nella sua famosa opera: Le Maître Inconnue, Cagliostro, aveva anticipato sin dal 1912 la spiegazione di questo equivoco ma nulla, fino ai nostri giorni, è cambiato per storici e biografi. Infatti, molti di costoro credono ancora alla versione riportata nel Compendio di Mons. Giovanni Barberi, secondo la quale la paternità del manoscritto sarebbe da attribuire a un prete irlandese in odore di santità, il cui nome era proprio Giorgio Cofton!

Quante sono le falsità, miste a calunnie, che sono state dette, e si continuano a ripetere, sul suo conto?

Ebbene, a seguito di questi ragionamenti, è possibile dedurre che, assai verosimilmente, a Castel Sant’Angelo, e proprio in quel periodo, il conte di Cagliostro non fosse l’unico detenuto che doveva rispondere ai reati imputati a Giuseppe Balsamo alias conte di Cagliostro; chi altri poteva essere, allora, se non il vero Giuseppe Balsamo!

Quest’ipotesi non è frutto di opinioni personali, ma è stata ricostruita dopo attenta analisi dei documenti consultati.

Pertanto, a conclusione dell’analisi dei fatti, e per rispondere alla primitiva domanda: abiura, vera o falsa? è possibile affermare con certezza che il conte di Cagliostro non formulò mai un atto di abiura sia prima, sia durante sia dopo il Processo di Roma del 1790, né mai espresse, fino alla morte avvenuta nel 1795, alcun pentimento circa le sue azioni, definite eretiche dal Tribunale della Santa Inquisizione Romana. In realtà, di cosa avrebbe dovuto pentirsi? Su quali basi era formulata l’accusa di Eresia Formale? Nessuno mai riuscì a capire o a interpretare il suo pensiero in tema di Religione. Il conte amava definirsi semplicemente scismatico, come attestato dal Castellano Comandante della Fortezza di San Leo, conte Sempronio Semproni, in una sua lettera del 7 novembre 1791, nella quale sono riportate le stesse parole di Cagliostro rivolte al padre confessore disposto a dargli l’assoluzione dopo la Confessione:

[…] altolà Padre fermatevi, che io questa non voglio perché a nulla serve, non credendo io né nel Pontefice, né nel Vescovo, né in Voi, protestandomi scismatico.

Pertanto, non era un eretico in senso stretto, tant’è che mai disdegnò, né sconsigliò ad altri, i Sacramenti della Confessione e della Santa Comunione, insieme a tutti i Precetti della Liturgia Cattolica, come documentato in quest’occasione a San Leo, e com’è scritto negli Atti del Processo di Roma, bensì una persona che rifiutava l’Autorità della Chiesa e dei suoi rappresentanti, poiché li riteneva incapaci di adempiere con dignità il loro compito.

In questo, la sua posizione si avvicinava a quella dei protestanti, dei luterani, e dei riformisti della Chiesa, che tanto rispettava, così come allo stesso modo rispettava, in un contesto di perfetta tolleranza religiosa, gli ebrei e i mussulmani. Per questa colpa avrebbe meritato, secondo le Norme del Diritto Canonico, soltanto la scomunica e l’allontanamento dalla Comunità cattolica, ma non certamente l’accusa di eresia, e, di conseguenza, la condanna a morte da parte di un Tribunale della Inquisizione.

Comunque, egli fu sempre un buon cattolico, o meglio, una persona dotata di profonda Religiosità Universale libera da Dogmi.

Pertanto, l’affermazione di Mons. Giovanni Barberi, l’autore del Compendio:

[…] era di cattivo fondo di religione, ateista, deista, eretico e diffamatissimo in materia di Religione,

è del tutto fuori luogo.

Nei fatti, il suo Collegio di Difesa intendeva sostenere che, per Cagliostro, altro era la Chiesa, altro è Dio, tanto che:

[…] egli aveva cercato di rispettarlo e venerarlo sempre, e che se quanto faceva in lui onore non era anche in onore della Chiesa.

Poiché l’abiura non comportava solo l’ammissione dei propri errori e il pentimento finalizzato all’attenuazione della pena, ma anche, e soprattutto, il riconoscimento dell’autorevolezza e del potere dell’Istituzione che emetteva la Sentenza, cioè il Tribunale della Santa Inquisizione Romana, detto anche Tribunale del Sant’Uffizio, ebbene, il conte di Cagliostro ha sempre negato l’una e l’altra cosa, ritenendo doveroso affidarsi solamente al Giudizio Divino, l’unico in grado di valutare in modo imparziale il suo comportamento.

Così, infatti, si espresse durante un interrogatorio davanti ai Giudici Inquisitori:

[…] io indirizzo le mie preghiere solo a Dio perché credo che Dio sia venuto per redimerci.

Grandi parole che esprimono lucidità di pensiero, saggezza di spirito e grandezza d’anima in un momento assai terribile!

Grande umanità davanti a un mondo piccino e meschino, come quello composto dai Giudici di un Tribunale, per giunta ecclesiastico!

Grande uomo, di natura spirituale ben diversa da quella del truffaldino Giuseppe Balsamo, sempre pronto all’inganno, al raggiro e al furto, mai al sacrificio, con onore, della propria vita!

Una scena dell’Inquisizione di Francisco Goya

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