Abiura di Cagliostro al processo

Il Tribunale della Santa Inquisizione di Roma, dopo quattro mesi d’istruttoria e dopo altri centonovanta giorni d’interrogatori, deposizioni e testimonianze, decide il 13 novembre 1790 d’iniziare formalmente la fase del dibattimento; dopo le arringhe dell’Accusa e della Difesa, il Processo terminerà il 4 aprile 1791.

La Sentenza, emessa giovedì 7 aprile 1791, comminava all’imputato Giuseppe Balsamo alias conte di Cagliostro la pena per gli eretici formali prevista dalle Costituzioni Apostoliche del Papa Clemente XII del 26 aprile 1738, in seguito confermate dall’Editto del Cardinale Firrào del 14 gennaio 1739, e poi ratificate dalla Bolla del 18 marzo 1751 del Papa Benedetto XIV, che consisteva nella morte esemplare, cioè in modo evidente davanti al pubblico, per mano del boia.

Tuttavia, il Papa si era dichiarato disponibile a commutare la pena capitale nel carcere perpetuo a un’unica condizione: il conte di Cagliostro avrebbe dovuto compiere un atto formale di abiura per tutte le eresie e le superstizioni evidenziate durante il Processo, e a lui imputateL’abiura fatta in pubblico, alla presenza di notai e di testimoni legali, consisteva nella ritrattazione con la promessa di serio pentimento, di sincero ravvedimento e di non reiterazione dell’errore, e assicurava la grazia solo dalla pena di morte, che era così sostituita da pene minori, come il bando, la fustigazione o il carcere a vita.

A questo punto ci si domanda: il conte di Cagliostro, ha veramente abiurato?

Dopo accurata analisi della numerosa documentazione, si può ragionevolmente dedurre che il conte non ha mai pronunciato un atto formale di abiura.

A questo punto, però, come espressamente scritto nella Sentenza, in assenza di abiura il verdetto di condanna alla morte esemplare sarebbe diventato immediatamente esecutivo con la consegna al Braccio Secolare della Legge, cioè al boia.

Poiché non risulta che tale provvedimento sia stato mai applicato nel suo caso, anzi, per bontà del Santo Padre Pio VI gli fu comunque concessa la grazia tramutando la pena di morte con la condanna al carcere perpetuo sua vita natural durante e senza speranza alcuna di grazia nella Fortezza di San Leo in Montefeltro, perché, allora, il conte di Cagliostro non fu giustiziato, come da Sentenza?

Per rispondere a questo interrogativo, dobbiamo prendere in esame tutti i documenti riguardanti gli eventi successivi al 7 aprile 1791 fino all’Atto di Morte stilato dall’Arciprete Aloisio (Luigi) Marini, Parroco della Chiesa di S. Maria Assunta in San Leo Adriatico, in data 28 agosto 1795.

La prima inedita testimonianza del rifiuto di ogni abiura si trova nel Manifesto di Giuseppe Balsamo denominato il conte di Cagliostro e sue difese contro il di lui Processo formato dalla Santa Inquisizione di Roma, lettera scritta dal conte e resa di pubblico dominio all’indomani della Sentenza.

Questo Manifesto usci contemporaneamente alla Cerimonia dell’auto-da-fé di mercoledì 4 maggio, in cui furono pubblicamente bruciati nella piazza antistante alla Chiesa di Santa Maria sopra Minerva in Roma tutti gli addobbi massonici, i libri, i manoscritti e gli oggetti sequestrati la sera del 27 dicembre 1789 al momento dell’arresto del conte di Cagliostro, ed è stato attribuito alla penna dello stesso da un anonimo articolista della Civiltà Cattolica del 23 dicembre 1878.

Non è noto il modo con cui il testo, compilato subito dopo la Sentenza, sia stato divulgato fuori dalle mura del Forte di Castel Sant’Angelo, data la ferrea sorveglianza messa in opera dai funzionari papalini.

In ogni caso, il tono delle parole e le motivazioni addotte per spiegare l’ingiustizia della condanna sono chiari, così come limpida è la sua analisi dei fatti.

In particolare, quando Cagliostro descrive in modo ironico la sua versione dell’abiura: […] io ho abiurato ai miei errori nello stesso modo che Galileo abiurò il suo Sistema degli Antipodi ai piedi di questo Tribunale medesimo e nel momento stesso in cui Cristoforo Colombo li stava scoprendo, conferma, ancora una volta, l’intenzione di non considerarsi affatto pentito.

Il conte di Cagliostro, secondo il Consultore del Tribunale del Sant’Uffizio frà Tommaso Vincenzo Pani, avrebbe dovuto pronunciare due abiure, una denominata non pubblica, semipubblica o privata, e l’altra indicata come pubblica o ufficiale.

La prima si sarebbe svolta a Castel Sant’Angelo il giorno di giovedì 14 aprile, alla presenza di padre Francesco Maria Mondini, Parroco della Chiesa dei S.S. XII Apostoli.

Nell’Archivio Storico di Roma esistono due lettere; una è del 13 aprile a firma del Tenente Eroli, ufficiale di guardia in Castel Sant’Angelo, che dà il nulla osta militare, e l’altra, del 14 aprile, è della Segreteria di Stato che autorizza l’accesso al Castello di padre Mondini: […] per abboccarsi col detenuto Giuseppe Balsamo.

In realtà, padre Mondini intendeva non solo celebrare il Sacramento della Confessione raccogliendo dalla viva voce del condannato generiche parole di pentimento con volontà di ravvedimento, ma, soprattutto, acquisire di persona un’effettiva abiura privata; questi atti erano indispensabili per il completamento di quanto espresso nella Sentenza.

Non essendo presenti documenti successivi a conferma dell’episodio, si può supporre che nulla accadde.

La conclusione è comunque scontata giacché nell’Atto di morte del conte di Cagliostro è letteralmente scritto: […] morì senza aver dato il minimo segno di pentimento e senza aver emesso alcuna implorazione.

Invece Gaetano Marini, insigne Giurista della Biblioteca Vaticana, nella “Lettera a Giovanni Fantuzzi” n. 291 del 16 aprile 1791 afferma che l’abiura privata avvenne la mattina di martedì 12 aprile.

Non cita fonti né documenti, bensì scrive solo che, ex auditu vago: […] Calliostro abiurò nelle mani del nostro Commissario (era frà Tommaso Vincenzo Pani) privatissimamente in Castello martedì mattina, e il dopo pranzo il cappuccino francese (era il frate Francesco Giuseppe di San Maurizio, coimputato nel Processo della Santa Inquisizione Romana insieme al conte di Cagliostro) all’Aracoeli.

Questa, almeno, doveva essere la versione fornita dal Tribunale.

Poiché non esiste alcun documento ufficiale compilato, come previsto dalle stesse norme dell’Inquisizione risalenti al 1542, da un notaio alla presenza dell’Inquisitore e di due testimoni a riprova dell’abiura privata, rimane il dubbio: il conte, abiurò veramente anche in quest’occasione?

Merita, poi, un cenno a parte la Cerimonia della seconda abiura, quella formalecosiddetta ufficiale o pubblica, che, secondo Auguste Gagnière, esperto di Massoneria e storico francese del XIX secolo, sarebbe avvenuta davanti a tutti, prelati e popolo, presente anche il Vescovo di Roma, cioè il Papa, prima della partenza in San Leo, forse il 15 o il 16 aprile, oppure, secondo altre versioni, il 20 aprile; invece, per Sergio Campailla, scrittore contemporaneo, questa si sarebbe svolta nei primi giorni di maggio.

Così riporta Auguste Gagnière nel 1909, poi ripreso da Sergio Campailla nel suo libro del 2008 La Divina Truffa:[…] Cagliostro, in veste di penitente, con la barba bianca lunga ed incolta da mesi, tutto ricoperto di un velo nero, a piedi nudi, con un cero in mano, percorse tra due file di monaci col saio nero il tragitto da Castel S. Angelo alla Chiesa di S. Maria della Minerva [là, inginocchiato davanti all’altare, di fronte al Pontefice in persona, egli chiese perdono a Dio ed alla Chiesa ed abiurò i suoi errori.

Tuttavia, se è vera questa Cerimonia di abiura, perché fu dichiarato impenitente nell’Atto di Morte?

E soprattutto, essendo irriconoscibile, chi era veramente presente alla triste Cerimonia ricoperto da un velo nero?

Infatti, Cagliostro, partito da Roma nella notte tra sabato 16 e domenica 17 aprile 1791 accompagnato dall’Aiutante Grilloni con quattro soldati del Reggimento dei Corsi, arrivò alla Fortezza di San Leo la mattina di giovedì 21 aprile, come documentato dagli Atti ufficiali.

Nella Gazzetta Universale del 22 aprile 1791 così è scritto: […] Giuseppe Balsamo, noto come conte di Cagliostro, fin dalla notte del dì 17 fu levato dalla Fortezza di Castel S. Angelo e, consegnato ad un picchetto di Granatieri, venne condotto in carrozza un miglio fuori della Porta Angelica […] per essere trasferito alla Fortezza di S. Leo, ove sarà detenuto in vita per i suoi misfatti.

Il Foglio n. 8720 del Carteggio presente nel Fondo dell’Archivio Storico Metaurense di Pesaro, in cui sono indicati i Relegati esistenti nella Fortezza di San Leo Adriatico nel 1791, così espressamente dichiara:[…] Giuseppe Balsamo palermitano, denominato conte di Cagliostro, fu qui trasportato da Roma col mezzo dé Corsi nel dì 21 aprile 1791 per essere quivi, per Sovrana degnazione e indulgenza di Nostro Signore, strettamente e gelosamente ritenuto sua vita natural durante in una delle più sicure carceri di questa Fortezza.

Pertanto, nei giorni in cui si sarebbe svolta la Cerimonia dell’abiura pubblica, il conte non era più a Roma, ma in viaggio verso la Fortezza-Prigione di San Leo in Montefeltro, territorio dello Stato Pontificio; errore di date o errore di persona?

Per risolvere definitivamente la perplessità riguardo la data dell’abiura ufficiale o pubblica, una nota del Commissario del Tribunale, il Consultore del Sant’Uffizio frà Tommaso Vincenzo Pani, presente negli Atti del Processo depositati presso l’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (ACDF), ex Sant’Uffizio, di Roma precisa che tale Cerimonia avrebbe dovuto aver luogo dopo l’ottava di Pasqua perché: […] non sarebbe conveniente durante la Quaresima d’impedir per molti giorni il corso in detta Chiesa (la Parrocchia di Santa Maria sopra Minerva in Roma) alle Prediche e d’altre sagre Funzioni.

Di conseguenza, poiché in quell’anno la festività di Pasqua cadeva il giorno 24 aprile, la data effettiva dell’abiura potrebbe allora essere stabilita intorno ai primi giorni di maggio, proprio come scrive Sergio Campailla.

Tuttavia il conte non poté sicuramente parteciparvi perché da parecchio tempo, come dimostrato, era già al Forte di S. Leo!

E’ altresì non attendibile quanto scritto da Gaetano Marini e quanto presumibilmente riferito da Padre Mondini riguardo l’abiura privata o non pubblica; infatti, che senso dare a questa doppia abiura, l’una avvenuta a pochi giorni di distanza dall’altra? Forse che la prima del 12 aprile non aveva avuto esito e si voleva lasciare al conte una seconda possibilità facendolo confessare da Padre Francesco Maria Mondini due giorni dopo?

Se è vero, allora, che Cagliostro non aveva fatto nessuna abiura privata martedì 12 aprile alla presenza del Commissario frà Tommaso Vincenzo Pani, Perito Teologo, Consultore del Tribunale e Commissario Generale della Santa Inquisizione Romana, oppure giovedì 14 aprile di fronte a Padre Francesco Maria Mondini, Parroco della Chiesa dei SS. XII Apostoli, perché avrebbe dovuto accettare di sottomettersi umilmente, davanti a tutti e privo di ogni dignità, a quella pubblica alcuni giorni dopo, cioè il 15 o il 16, oppure, forse, il 20 aprile? Sarebbe stato più logico aspettarsi il contrario!

La stessa nota prima citata, presente negli Atti presso l’ACDF, così, infatti, recita: […] che non essendo io persuaso della contrizione di quest’uomo, può corrergli il pericolo che, sapendo la sua condanna, quale per stile deve sapere prima dell’abiura, nell’arco di questa faccia qualche scenata e ritorni esplicitamente al primiero stato d’impenitenza.

Questa esplicita affermazione conferma, una volta di più, la persistente impenitenza di Cagliostro, sia prima durante il Processo, sia dopo la Sentenza, vuoi con il Commissario Generale frà Tommaso Vincenzo Pani vuoi con Padre Francesco Maria Mondini, sia in seguito in occasione della cosiddetta abiura pubblica, sia durante la lunga prigionia in San Leo, come attestato da più fonti, sia alla fine della sua vita, tanto che nell’Atto di morte stilato dall’Arciprete Luigi Marini in data 28 agosto 1795 viene esplicitamente scritto: […] a lui eretico, scomunicato, impenitente, viene negata la sepoltura ecclesiastica.

In definitiva, comunque s’interpretino i fatti, Cagliostro non abiurò mai.

Allora, perché non fu condannato a morte, come da Sentenza?

Si può formulare questa ipotesi: la Cerimonia, costruita ad arte dal Tribunale della Santa Inquisizione Romana con persona diversa dal conte di Cagliostro, irriconoscibile, nascosta alla vista dei presenti, ricoperta da un velo nero, addobbata con l’abitello (chiamato anche sambenito dagli spagnoli, era la veste indossata dagli eretici penitenti), sarebbe stata organizzata allo scopo di evitare l’attuazione integrale della Sentenza del 7 aprile, la quale prevedeva proprio, in mancanza di abiura, l’immediato affidamento del conte al Braccio Secolare (il boia) per l’esecuzione della pena capitale. Pertanto, solo una Cerimonia ufficiale, condotta in modo spettacolare nelle pubbliche strade e in una Chiesa di Roma, avrebbe potuto garantire ai presenti, e ai posteri, la regolarità della procedura adottata dal Papa, e, alla fine, giustificare il suo perdono.

Infatti, l’eventuale decisione di applicare fino in fondo la Sentenza avrebbe avuto sviluppi assai negativi, in un momento storico difficile per il Potere Temporale del Papato, sia riguardo la sopravvivenza dello Stato Pontificio sia, soprattutto, riguardo l’integrità fisica dello stesso Papa Pio VI, inviso, insultato e osteggiato, così come avveniva allora, da facinorosi rivoluzionari laici, giacobini e massoni!

A conferma della teoria di un’altra persona al suo posto, camuffata in modo irriconoscibile durante la Cerimonia dell’abiura pubblica, esistono alcune circostanze.

La prima: chi scrisse la lettera del 15 dicembre 1790 inviata al Tribunale durante la prigionia a Castel Sant’Angelo, e firmata: il Penitenti G.B.? Il tono della supplica, il testo sgrammaticato, il carattere della scrittura e la firma non sono chiaramente quelli del conte; inoltre, perché l’autore scrive: “Penitenti”, se Cagliostro fu sempre dichiarato, e lui stesso lo confermò, impenitente?

La seconda: chi scrisse la lettera, sempre del 1790, firmata indegnissimo figlio Giuseppe Balsamo peccatore pentito? Non certo il conte. Infatti, non solo l’autore ripete il ritornello del pentimento, che mai ci fu, ma, quando si autodefinisce: […] reo di essere fondatore di una Società Massonica la cui costituzione non fu composta da lui ma cavata da un libro manoscritto che gli venne alle mani in Inghilterra sotto il nome di Giorgio Cofton, sicuramente non poteva essere il conte di Cagliostro, il quale mai avrebbe avvallato un tale madornale errore, riportato anche dal Compendio!

Infatti, G. Cofton non è mai esistito, e il suo nome non è mai stato ritrovato negli Archivi della Massoneria e dell’Esoterismo; semplicemente, fu male interpretata la firma apposta in corsivo alla fine del testo originale del Rituel de la Maçonnerie Egyptienne scritto a Lione nel dicembre del 1784, sotto dettatura dello stesso conte di Cagliostro, dal Maestro Venerabile della Loggia La saggezza Trionfante. Costui, che si chiamava Jean Marie de Saint-Costar, era una persona assai nota come facoltoso banchiere di quella città, e godeva anche di grande stima nella Massoneria lionese. La sua firma, così realmente apposta: S. Coƒtar, può essere benissimo interpretata come G. Coftar, G. Cofton, oppure come G. Costar G. Castar, secondo la fantasia del lettore del momento.

Già Marc Haven, nella sua famosa opera: Le Maître Inconnue, Cagliostro, aveva anticipato sin dal 1912 la spiegazione di questo equivoco ma nulla, fino ai nostri giorni, è cambiato per storici e biografi. Infatti, molti di costoro credono ancora alla versione riportata nel Compendio di Mons. Giovanni Barberi, secondo la quale la paternità del manoscritto sarebbe da attribuire a un prete irlandese in odore di santità, il cui nome era proprio Giorgio Cofton!

Quante sono le falsità, miste a calunnie, che sono state dette, e si continuano a ripetere, sul suo conto?

Ebbene, a seguito di questi ragionamenti, è possibile dedurre che, assai verosimilmente, a Castel Sant’Angelo, e proprio in quel periodo, il conte di Cagliostro non fosse l’unico detenuto che doveva rispondere ai reati imputati a Giuseppe Balsamo alias conte di Cagliostro; chi altri poteva essere, allora, se non il vero Giuseppe Balsamo!

Quest’ipotesi non è frutto di opinioni personali, ma è stata ricostruita dopo attenta analisi dei documenti consultati.

Pertanto, a conclusione dell’analisi dei fatti, e per rispondere alla primitiva domanda: abiura, vera o falsa? è possibile affermare con certezza che il conte di Cagliostro non formulò mai un atto di abiura sia prima, sia durante sia dopo il Processo di Roma del 1790, né mai espresse, fino alla morte avvenuta nel 1795, alcun pentimento circa le sue azioni, definite eretiche dal Tribunale della Santa Inquisizione Romana. In realtà, di cosa avrebbe dovuto pentirsi? Su quali basi era formulata l’accusa di Eresia Formale? Nessuno mai riuscì a capire o a interpretare il suo pensiero in tema di Religione. Il conte amava definirsi semplicemente scismatico, come attestato dal Castellano Comandante della Fortezza di San Leo, conte Sempronio Semproni, in una sua lettera del 7 novembre 1791, nella quale sono riportate le stesse parole di Cagliostro rivolte al padre confessore disposto a dargli l’assoluzione dopo la Confessione: […] altolà Padre fermatevi, che io questa non voglio perché a nulla serve, non credendo io né nel Pontefice, né nel Vescovo, né in Voi, protestandomi scismatico.

Pertanto, non era un eretico in senso stretto, tant’è che mai disdegnò, né sconsigliò ad altri, i Sacramenti della Confessione e della Santa Comunione, insieme a tutti i Precetti della Liturgia Cattolica, come documentato in quest’occasione a San Leo, e com’è scritto negli Atti del Processo di Roma, bensì una persona che rifiutava l’Autorità della Chiesa e dei suoi rappresentanti, poiché li riteneva incapaci di adempiere con dignità il loro compito.

In questo, la sua posizione si avvicinava a quella dei protestanti, dei luterani, e dei riformisti della Chiesa, che tanto rispettava, così come allo stesso modo rispettava, in un contesto di perfetta tolleranza religiosa, gli ebrei e i mussulmani. Per questa colpa avrebbe meritato, secondo le Norme del Diritto Canonico, soltanto la scomunica e l’allontanamento dalla Comunità cattolica, ma non certamente l’accusa di eresia, e, di conseguenza, la condanna a morte da parte di un Tribunale della Inquisizione.

Comunque, egli fu sempre un buon cattolico, o meglio, una persona dotata di profonda Religiosità Universale libera da Dogmi.

Pertanto, l’affermazione di Mons. Giovanni Barberi, l’autore del Compendio: […] era di cattivo fondo di religione, ateista, deista, eretico e diffamatissimo in materia di Religione, è del tutto fuori luogo.

Nei fatti, il suo Collegio di Difesa intendeva sostenere che, per Cagliostro, altro era la Chiesa, altro è Dio, tanto che: […] egli aveva cercato di rispettarlo e venerarlo sempre, e che se quanto faceva in lui onore non era anche in onore della Chiesa.

Poiché l’abiura non comportava solo l’ammissione dei propri errori e il pentimento finalizzato all’attenuazione della pena, ma anche, e soprattutto, il riconoscimento dell’autorevolezza e del potere dell’Istituzione che emetteva la Sentenza, cioè il Tribunale della Santa Inquisizione Romana, detto anche Tribunale del Sant’Uffizio, ebbene, il conte di Cagliostro ha sempre negato l’una e l’altra cosa, ritenendo doveroso affidarsi solamente al Giudizio Divino, l’unico in grado di valutare in modo imparziale il suo comportamento.

Così, infatti, si espresse durante un interrogatorio davanti ai Giudici Inquisitori: […] io indirizzo le mie preghiere solo a Dio perché credo che Dio sia venuto per redimerci.

Grandi parole che esprimono lucidità di pensiero, saggezza di spirito e grandezza d’anima in un momento assai terribile!

Grande umanità davanti a un mondo piccino e meschino, come quello composto dai Giudici di un Tribunale, per giunta ecclesiastico!

Grande uomo, di natura spirituale ben diversa da quella del truffaldino Giuseppe Balsamo, sempre pronto all’inganno, al raggiro e al furto, mai al sacrificio, con onore, della propria vita!

Nell’immagine una scena dell’Inquisizione di Francisco Goya

 

 

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