Confronto tra le firme del conte di Cagliostro e di Giuseppe Balsamo

La diversità delle firme, apposte separatamente dal conte di Cagliostro e da Giuseppe Balsamo su alcuni documenti ufficiali, costituisce un’altra dimostrazione della loro doppia identità.

Per arrivare a questa conclusione bisogna considerare alcuni elementi: innanzi tutto, la loro formazione intellettuale.

Giuseppe Balsamo non fu proprio, come detto nel Compendio di Mons. Giovanni Barberi, suo primo biografo ufficiale, una persona ignorante, analfabeta, senza cognizioni, senza scienze, privo affatto di qualunque risorsa potesse eccitare amore verso di lui; tuttavia, pur essendo stato educato a leggere e a scrivere nel Convento dei frati Fatebenefratelli di Caltagirone, non ebbe mai l’elevata cultura e la profonda istruzione del conte di Cagliostro. Inoltre, come da testimonianze di molti contemporanei, tra cui Giacomo Casanova, il suo accento siciliano (taluni dissero anche “calabrese”) era assai evidente.

Il conte, invece, non solo si esprimeva assai bene in italiano senza inflessioni dialettali (secondo alcune testimonianze, si poteva notare addirittura un lieve accento ispanico), ma parlava con proprietà e correttezza il francese, lo spagnolo e il portoghese; quest’ultima lingua perché, molto probabilmente, il Portogallo era la sua vera patria di origine. Inoltre, conosceva a fondo anche il latino, specie quello liturgico (nel suo Rito di Massoneria Egizia vi sono molte preghiere e invocazioni tratte dai Vangeli), l’ebraico e l’arabo, lingue apprese in gioventù durante gli anni dell’educazione in Oriente, come da lui stesso dichiarato nelle Mémoires del 1786.

firma di cagliostro

Seconda considerazione: erano capaci di esprimere correttamente il proprio pensiero con una scrittura chiara e priva di errori.

Abbiamo degli esempi del testo, e della firma, tratti dalla loro corrispondenza privata e dai pubblici Atti Processuali.

Per quanto riguarda Giuseppe Balsamo, nei documenti allegati alla Memoria Giustificativa del 1787 inviata dall’Avvocato Antonio Bivona di Palermo (costui fu il primo a divulgare la notizia che il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo erano la stessa persona) al Commissario Louis Philippe Fontaine della Polizia di Parigi, marcata con la lettera L, c’è una sua lettera autografa di risposta, con proprie assurde offensive motivazioni, alla Corte Criminale di Palermo che l’aveva accusato nel mese di gennaio 1769 per una truffa giovanile ai danni di don Domenico Miceli, lettera che risulta registrata dalla Cancelleria dello stesso Tribunale in data 10 gennaio 1769, in cui si firma: il Suo Servidore Giuseppe Balsamo.

Questa firma, come si può constatare, è assai differente da quella apposta dal conte di Cagliostro in tanti documenti; tra questi, ci sono i Verbali del Processo di Parigi del 1785-1786 per LAffare della Collana della Regina, Atti presenti negli Archives Nationales di Parigi, in cui, in modo chiaro, netto e a larghe lettere, così sottoscrive: Le comte de Cagliostro, a conferma di quanto affermato a sua difesa.

immagine lettera con firma Cagliostro

Ricevuta con firma del Conte di Cagliostro

Ebbene, pur senza perizia calligrafica, se mettiamo a confronto questa firma sia con quella presente nel documento del 15 dicembre 1790, registrato come Foglio n. 720 del Ristretto del Processo della Santa Inquisizione Romana, meglio noto come Manoscritto 245 Fondo Vittorio Emanuele (questi Atti sono depositati nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma), in cui è scritto: Umilissimo e Devotissimo Servo il Penitenti G. B., sia con quella apposta alla fine della lettera del 1769 di Giuseppe Balsamo alla Corte Criminale di Palermo, possiamo constatare che esiste una notevole differenza. Infatti, la grafia del 1786, a nome Le comte de Cagliostro, non è identica a quella della lettera del 1790 firmata il Penitenti G. B., e neppure a quella del 1769 che termina con queste parole: il Suo Servidore Giuseppe Balsamo.

Al contrario, se analizziamo la firma del conte di Cagliostro presente nella Lettera inviata il 16 febbraio 1789 al conte Giuseppe Festi di Trento, lettera riprodotta integralmente alla pagina 58 del libro di Antonio Bortolotti del 1995: Cagliostro a San Leo. I Manoscritti inediti dell’Archivio di Stato di Pesaro, che inizia con le parole: … ecco l’oracolo di Delfi, e nella ricevuta del 7 giugno 1791: […] di cose ridotte in pessimo stato ed inservibili consegnategli a San Leo (questo documento è presente nell’Archivio Storico di Roma) si può facilmente notare che il tratto è del tutto identico e sovrapponibile a quello del verbale del 1786 sopra citato.

firme a confronto

Pertanto, in conformità a queste caratteristiche grafologiche, è possibile formulare la seguente inedita conclusione: se durante il Processo di Parigi nell’anno 1786, a Trento il 16 febbraio 1789, e a San Leo il 7 giugno 1791, si trovava la stessa persona sicuramente identificata come conte di Cagliostro, invece, durante il Processo a Roma, e precisamente il 15 dicembre 1790, è presente contemporaneamente un altro personaggio vero autore della lettera e autentico, nonché originale, compilatore della firma.

Chi poteva essere costui? Forse il vero Giuseppe Balsamo, quella persona, cioè, che di fronte ai Giudici di Palermo nel 1769 amava definirsi il Suo Servidore, oppure davanti al Tribunale di Roma l’Umilissimo e Devotissimo Servo?

Quest’espressione servile e sottomessa non è mai stata una caratteristica del conte di Cagliostro, non si trova in nessun documento, e non fu mai da lui usata nei confronti di nessuna Autorità sia durante il penoso Processo di Roma del 1790 sia in tutta la sua lunga e sofferta detenzione nella Fortezza-Carcere di San Leo.

Mai il conte ha accettato qualcuno fuori e sopra la Giustizia Divina, né mai ha riconosciuto nei Giudici del Tribunale della Santa Inquisizione Romana il diritto di sostituirsi a Dio!

Così, infatti, disse un giorno al Processo: […] fate quel che volete del mio corpo, castigatemi pure per le mie delinquenze, mi basta solo di salvare l’anima. […] io indirizzo le mie preghiere solo a Dio perché credo che Dio sia venuto per redimerci, e se poi non è vero, per me è lo stesso; indirizzo le mie preghiere a Gesù Cristo come Dio. […] la serpe con il pomo in bocca è la mia cifra denotante la causa del Peccato Originale, per cui l’uomo ha degenerato. Il serpe fu trafitto dalla Redenzione di N.S. Gesù Cristo che dobbiamo avere sempre nel cuore e davanti agli occhi.

Infatti, egli adottò sin dai suoi primi atti pubblici questo simbolo come Sigillo personale, convinto da sempre della sincera bontà della sua Fede in materia di Religione e di Spiritualità.

Pertanto, anche sulla base del confronto tra le rispettive firme (le immagini che le riproducono sono illustrate nel libro: il conte di Cagliostro nel suo tempo), si può confermare, con prove e documenti storici inoppugnabili, e da tutti consultabili, l’ipotesi ampiamente espressa nella mia trilogia: il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo furono effettivamente due persone diverse.

L’identificazione del conte di Cagliostro nel palermitano Giuseppe Balsamo, data come certa da Mons. Barberi nel suo famoso Compendio e da tutti i biografi ritenuta ormai indiscutibile, rappresenta solo una versione di parte, imposta per dare ai posteri un’immagine negativa del personaggio e per giustificare la sua condanna pubblica.

La realtà è un’altra, ed è assai scomoda da accettare: il conte di Cagliostro ebbe una vita parallela e del tutto diversa dal contemporaneo Giuseppe Balsamo. L’aver accomunato le loro vite, attribuendo all’uno le vicende dell’altro, costituisce un falso storico meritevole di smentita.

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