Goethe e Cagliostro di Franco De Pascale – II parte

Franco De Pascale è uno studioso del personaggio del Conte di Cagliostro. Ha tradotto il libro di Marc Haven, uno dei più completi e documentati saggi storici su Cagliostro.
Di prossima uscita è il suo libro Cagliostro e la nascita del Rito Egiziano. Dal capitolo quattro è tratto questo brano.

 
Di fronte alla Verità, che richiede ogni volta il sacrificio integrale delle simpatie e delle antipatie personali, per osare conoscere oltre il limite che paralizza la labile e pavida natura umana, molti – per ignavia – si accontentano di pensare e di affermare ciò che in buona fede credono essere vero.

Ma ciò non può bastare al cercatore autentico. Questi avverte che non può arrestarsi alla “opinione” universalmente invalsa, al si dice, a ciò che è stato pensato da altri e che, senza verifica, egli dovrebbe semplicemente accogliere come contenuto di verità.

L’amore per la verità, e il rispetto della propria interiore dignità, lo spingono a investigare con diligenza e ardore per verificare – com’è stato ammonito – se è vero quello che si crede essere vero; a non paventare nessuno sforzo e nessuna fatica a cercare, ovunque essa si trovi, la verità, non importa quanto difficile, lunga, e talvolta pericolosa possa essere tale ricerca.

La verità “scomoda” può riguardare una personalità molto amata, vivente o no, da noi giustamente ammirata per le eccezionali qualità della sua anima, per la sua grandezza spirituale e umana, per la genialità con la quale essa ha operato creativamente nella cultura, nell’arte, nella scienza, oppure nell’agire sociale o politico.

Incontrare in una tale personalità un aspetto oscuro od obliquo, magari espresso in comportamenti umanamente biasimevoli, può spingerci o a voler chiudere gli occhi su tali aspetti, perché temiamo che una tale visione faccia crollare l’oggetto della nostra ammirazione, oppure può indurci ad una rabbiosa reazione di demolizione irrazionale di ogni aspetto – anche luminoso – di quella personalità.

Ambedue le reazioni – sia quella codarda sia quella rabbiosa – non sono imputabili a quella personalità, bensì unicamente alla nostra incapacità di conoscere veramente di là delle soggettive simpatie e antipatie, dei personali desideri, timori e delusioni.

Ora, la necessità di affrontare la scomoda verità della posizione e del comportamento di Goethe nei confronti di Cagliostro, nasce dall’enorme risonanza che ebbero le sue opinioni, accettate acriticamente da vasti settori della cultura, e dalla grandissima diffusione che ebbero i suoi scritti in proposito, la cui influenza dopo oltre due secoli è difficilmente valutabile, tanto essa è estesa e profonda.

Ovviamente, delle sue opinioni si sono serviti, e se ne servono tuttora, i demolitori della figura spirituale di Cagliostro per la loro opera di odiosa e interessata denigrazione.

Pertanto, se da parte nostra vi sarà, nelle pagine che seguiranno, un’estrema severità nei confronti delle parole e delle azioni dello scrittore del Faust, ciò non accade per volontà denigratrice o per una volontà dissacratrice iconoclastica verso la sua figura spirituale, la cui grandiosità, per noi, rimane intatta malgrado tutti gli aspetti problematici indubbiamente mostrati dal suo “apparire” umano esteriore.

Perciò, non soltanto per onorare l’antico principio: amicus Plato, sed magis amica Veritas – e noi tutti, indubbiamente, dobbiamo amare la Verità più dei contingenti, e seducenti, aspetti della personalità di Goethe – ma, soprattutto per togliere dalle mani d’indegni e pericolosi avversari armi e argomenti contro la figura luminosa di Cagliostro e la sua missione spirituale, dovremo affrontare la lotta per difendere la verità su di Lui, gettando luce su quanto di obiettivamente falso il poeta del Faust ha detto e scritto sull’argomento.

E al benevolo lettore chiediamo scusa, se la nostra personale natura, toscanamente portata alla polemica e all’estremismo, ci spingerà nelle pagine successive ad affondare senza troppi riguardi il tagliente bisturi in questa scabrosa vicenda.

E ora affrontiamo quella che, celiando un po’ sul nostro troppo serioso poeta, potrebbe essere chiamata la: Veridica Historia dei pregiudizi del Consigliere Aulico Wolfgang Goethe nei confronti del Conte di Cagliostro e di come dimostrò nel suo viaggio in Sicilia, quanto grande fosse in certi momenti, per vanità, ignoranza ed alterigia, la sua troppo astuta, spregiudicata e in taluni casi amorale, intelligenza.

Che Goethe abbia avuto nei confronti di Cagliostro, sin dall’inizio, feroci, nonché precoci, pregiudizi – che si porterà poi dentro, come un’indigesta zavorra, nonostante il tentativo di esorcizzarla, come vedremo, attraverso il ricorso all’elaborazione artistica per liberarsi, come lui stesso confessa, dell’opprimente stato d’animo che gli procurava – è dimostrato, tra l’altro, dalla sua corrispondenza col mistico zurighese Johann Kaspar Lavater sin dal 1781, ossia sin dal periodo strasburghese del Gran Cofto. Proprio per questi pregiudizi, per lui irremovibili, Goethe arrivò a rompere l’amicizia con Lavater. Pregiudizi ch’egli riversò, poi, nelle Conversazioni con Eckermann (pubblicate dopo la sua morte, negli anni 1836-1848), nel suo Viaggio in Italia, (che ebbe definitiva redazione negli anni 1816-1817), negli Annali (1830) e soprattutto nel suo Il Gran Cofto (1791), opera teatrale nella quale Goethe nei confronti di Cagliostro riuscì a battere cinicamente tutti i record di cattiveria.

Una menzogna interiore che il poeta si portò dietro per quasi cinquant’anni.

Goethe, il quale dopo le vivaci intemperanze giovanili, stile Sturm und Drang, si era ormai ben accomodato nell’aristocratico ménage della piccola corte di Weimar, rimase violentemente colpito dall’Affaire du Collier, che fu per lui un aprire il vaso di Pandora di tutti i mali che avrebbero travolto l’Ancien Régime e sconvolto l’Europa per decenni.

Egli ne ricevette uno choc così potente da far temere agli amici per la sua ragione, e scaricò la colpa di tutto su Cagliostro – nonostante che il Tribunale parigino, il 31 maggio 1786, lo avesse riconosciuto totalmente innocente – con un così rabbioso e vendicativo rancore che lo porterà persino ad applaudire all’opera, inquisitoriale per lui mentre per molti altri altamente meritoria, del Sant’Uffizio, e all’infame Compendio di Monsignor Barbéri.

Negli Annali (Complementi di altre mie confessioni), infatti, Goethe scrive:

«Mi ero appena reinserito [al suo ritorno dal viaggio italiano] nella vita e nella situazione di Weimar […] allorché scoppiò la Rivoluzione francese e catturò l’attenzione del mondo intero. Sin dal 1785, l’Affaire du Collier aveva fatto su di me un’impressione indescrivibile. Nell’abisso d’immoralità che si apriva di fronte a me, che colpiva la Corte, la città e lo stato, mi apparvero, come spettri, le conseguenze più abominevoli e per un certo tempo fui impotente a sbarazzarmi di quella visione; ebbi allora un comportamento così strano che alcuni amici, con i quali soggiornavo proprio allora in campagna, allorché ci giunsero le prime notizie di quella vicenda, mi confessarono molto più tardi, mentre la Rivoluzione era scoppiata già da molto tempo, che allora io ero apparso loro come un demente.

Seguii il processo con molta attenzione, tentai di raccogliere informazioni in Sicilia riguardo a Cagliostro e ai suoi e trasformai tutto l’avvenimento, secondo la mia abitudine, per sbarazzarmi di tutte le riflessioni che aveva fatto nascere in me, in un’opera: «Il Gran Cofto».

Egli esprime identici sentimenti nella Campagna di Francia del 1792 (Trad. it. in: Goethe, Opere, vol. II, Firenze, Sansoni, 1963, p. 1240):

«Già nell’anno 1785 la storia della collana mi atterriva come la testa della Gorgone.

Da quest’inaudita, delittuosa azione vedevo minato il decoro della regalità, lo vedevo già in precedenza distrutto, e tutti gli avvenimenti che si susseguirono confermarono fin troppo i miei terribili presentimenti. Li portai con me in Italia e li riportai ancora più acutizzati […].

Avevo per molti anni avuto occasione d’imprecare con stizza contro i raggiri di audaci visionari e di fraudolenti fanatici, meravigliandomi con disgusto dell’inconcepibile cecità d’individui insigni di fronte a simili impudenti sfrontatezze.

Avevo ora dinnanzi a me le conseguenze dirette ed indirette di quelle follie in veste di delitti e semidelitti contro la regalità: tutte insieme abbastanza efficaci a scuotere il più splendido trono del mondo».

Dopodiché, Goethe ci racconta come, sulla scorta dell’impressione degli eventi, egli scrivesse appunto il Gran Cofto, nel quale Cagliostro viene dipinto a fosche tinte e caricato delle peggiori colpe.

La rappresentazione teatrale ebbe luogo a Weimar, il 17 dicembre 1791, e in seguito nel 1792. Ma l’effetto sortito fu alquanto diverso dalle aspettative del poeta: i cinque atti della pièce teatrale, rappresentati sotto la direzione di Goethe, non piacquero né al Granduca, né ai fautori della Rivoluzione, né agli avversari della medesima.

Ecco come lo stesso Goethe racconta il fatto (alle pp. 1241-1242 del testo citato):

«Ma appunto per il fatto che il lavoro venne rappresentato ottimamente, produsse un effetto tanto più sgradevole.

Soggetto tremendo e a un tempo insipido, trattato con audacia e senza scrupoli, sgomentò tutti, nessuno si commosse; la quasi contemporaneità dell’argomento rese l’impressione ancor più stridente; e poiché si credette ravvisarvi sfavorevoli allusioni a società segrete, così una larga e rispettabile parte del pubblico si sentì urtata, mentre la delicata sensibilità femminile inorridiva per un’insolente avventura amorosa».

Veramente, è la nostra sensibilità quella che inorridisce di fronte al cinismo senza scrupoli di chi deride, in una commedia caricaturale, colui che, innocente, in quei tragici momenti era rinchiuso e torturato nella Fortezza di S. Leo, nelle orride carceri pontificie, che più volte abbiamo avuto modo di visitare. Anche recentemente.

Questa era, invero, la “contemporaneità dell’argomento”!

E, come dice lui stesso:

«Da quell’avvenimento, tuttavia, non trassi alcuna lezione» (Ibidem, p.1242)».

ritratto lavater

Johann Kaspar Lavater

Goethe non conobbe mai personalmente Cagliostro, né mai si premurò di farlo. Indicativo è lo scambio di opinioni tra lui e J. K. Lavater, il quale, partito alquanto prevenuto nei confronti del Gran Cofto, nel tempo ebbe modo di mutare profondamente le proprie opinioni attraverso la sua conoscenza diretta.

Il 10 febbraio 1781, Lavater scrive a Goethe:

«Quindici giorni fa, ero a Strasburgo; ho visto la Forza personificata in Calliostro».

Goethe gli risponde:

«Tu hai visto Calliostro, fammi arrivare un po’ più di particolari da Barbara [un’amica del poeta], ne vale la pena credo».

Lavater, il 3 marzo 1781, così scrive:

«Calliostro è un essere affatto originale, pieno di forze e, per certi versi, indescrivibilmente volgare; è un astrologo alla Paracelso, un filosofo ermetico, un arcanista, un antifilosofo, certamente un uomo estremamente solido e notevole […].

Egli non è sicuramente sprovvisto di ciarlatanismo, benché non sia un ciarlatano».

Più tardi, Lavater giungerà a vedere in Calliostro un essere illuminato dal Cielo, un santo.

Nella lettera del 16 agosto 1781 scrive a Goethe:

«Quale che possa essere il carattere morale, medico, “chimico” di Calliostro, la sua divinazione o la sua veggenza è reale, e non è soggetta ad alcun dubbio.

Certamente, egli è in fondo un Enfant gâté [n. d. C.: ossia un monellaccio] della Grande Natura […]».

 

Goethe a sua volta cercò di mettere in guardia il suo amico di Zurigo; per esempio in una lettera del 18 marzo 1781, egli scrive:

«È, in ogni modo, un uomo singolare, e dal folle geniale al furfante non vi è che un passo […]».

Ancora alla fine della vita, Goethe così si esprimeva col suo segretario, che trascrisse il colloquio nel suo diario, (Johann Peter Eckermann, Colloqui con il Goethe, Torino, Utet, 1957, vol. II, p. 588):

«Martedì, 17 febbraio 1829. Abbiamo parlato del Gross-Kophta».

Disse Goethe:

«Il Lavater credeva al Cagliostro e ai suoi miracoli. Quando venne smascherato come imbroglione, il Lavater sosteneva che si trattava di un altro Cagliostro.

Il Cagliostro capace di fare miracoli era per lui persona sacra [n. d. C.: nel testo tedesco è detto heilig: “santa”].

Lavater era un uomo buono, di cuore, ma era facile a illudersi alla grossa; la verità vera e pura non era affar suo; ingannava sé e gli altri. Per questo si arrivò ad una rottura completa tra lui e me».

Nell’edizione italiana de Il Gran Cofto, tr. it. a c. di Giuseppe Raciti, Sellerio Editore, Palermo, 1989, lo studioso Giuseppe Giarrizzo nella sua Introduzione, pp. 11-28, così riproduce, in una traduzione leggermente variata, pp. 11-12, la conversazione sopra riportata:

«Del Gran Cofto (1791) Goethe diede, in un colloquio importante con Eckerman (17 febbraio 1829), l’interpretazione autentica che dà conto del suo interesse e della sua decisione di scrivere – al ritorno dal viaggio in Sicilia – quel singolare Lustspiel:

“Lavater credeva in Cagliostro e nei suoi prodigi. E quando lo smascherai come un imbroglione, osservò che questo era un altro Cagliostro, ché Cagliostro il taumaturgo era una persona sacra (eine heilige Person).

Lavater era un uomo di buon cuore, ma soggetto a potenti illusioni, e la verità pura e semplice non era più affar suo: ingannava se stesso e gli altri.

Perciò si venne tra me e lui a una rottura completa […]”.

 

Non è il caso di contestare la versione abbreviata di un rapporto difficile e complesso: v’ha nondimeno una sproporzione così evidente tra la causa indicata (il giudizio su Cagliostro) e l’effetto (la rottura di una lunga familiarità e amicizia) da consigliarne una ricostruzione attenta, peraltro necessaria a guidare il lettore del Gran Cofto nella sottile manipolazione ideologica che Goethe vi compie dell’affaire du collier e dei suoi attori.

Cagliostro era entrato nell’attenzione di Goethe attraverso K. Lavater.

Questi, nella ricerca ossessiva di tipi per i suoi studi di fisiognomica, aveva voluto incontrare il ‘mago’ a Strasburgo nel gennaio 1781.

A 37 anni, l’avventuriero siciliano (“aveva un bel colorito, i capelli neri, gli occhi profondi e lucenti. Quando parlava con voce suadente, levando gli occhi al cielo e gesticolando con vivacità, somigliava a un ispirato”, Clementino Vannetti) era al culmine della sua reputazione: la sua riforma massonica, il ‘rito egiziano’ di cui era il Gran Cofto, inventore ed unico depositario dei segreti (riti e tecniche diretti a rigenerare corpo e anima), in pochi anni si era guadagnato fautori fanatici e nemici irreducibili: soprattutto le ‘imprese’ in Polonia (Varsavia) e in Curlandia (Mitau) avevano destato sconcerto e curiosità, che attraverso Berlino giungevano a Weimar.

disegno ritratto

Barbara Schulthess

Ora Barbara Schulthess, amica comune di Goethe e di Lavater, racconta a questi che Cagliostro avrebbe offerto a Lavater la visione di spiriti, e vi sarebbe riuscito.

Ma Goethe vuol saperne di più:

“Si diventa vecchi solo per ridiventar fanciulli”.

Cos’è questo Cagliostro, ‘la forza personificata’?

La sua reazione al rapporto convinto di Lavater è netta (18 marzo 1781):

“È pur sempre un uomo singolare. Eppure ci sono dei pazzi dotati di forza, e così affini agli imbroglioni.

Non posso dir nulla, ma su questo punto sono irremovibile.

E nondimeno, uomini siffatti rivelano lati dell’umanità che in genere passano sconosciuti”.

Questo è quanto si dissero».

Più oltre il Giarrizzo, alle pp. 13-14, riprende il discorso sulle divergenze tra lui e Lavater a proposito di Cagliostro:

«Il dissenso su Cagliostro e le sue arti magiche definisce in modo palpabile una divergenza di convinzioni e di giudizio destinata a precipitare nella incomunicabilità.

Per quanto attiene alle arti segrete di Cagliostro, sono assai diffidente di tutte le storie, specie quelle di Mitau [diffuse dall’allora infatuata Elisabeth v. d, Recke].

Ho tracce, per non dire notizie d’una gran massa di menzogne che di nascosto s’insinua, di cui tu non sembri ancora avere il minimo sospetto.

Credimi, il nostro mondo morale e politico è minato da cunicoli sotterranei, da cavità e cloache, come suol essere una grande città, senza che alcuno pensi o provveda alla sua tenuta e alle condizioni di quanti la abitano: ma a chi in qualche misura ciò avverte, diventa assai più facile capire perché il terreno qui sprofonda, là salga da un anfratto una colonna di fumo, e qua si odano voci portentose (wunderbare).

Credimi, quel che accade sotto la terra (das Unterirdische) è altrettanto naturale di quel che accade sopra (das Überirdische); e chi non esorcizza spiriti di giorno e a cielo aperto, non li evoca a mezzanotte in una caverna.

Credimi, tu sei un maggior stregone di chiunque si armi di abracadabra»[1].


[1] Brano tratto dal capitolo quattro del libro inedito di Franco De Pascale: Cagliostro e la nascita del Rito Egiziano. Parte seconda.

 

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