Goethe e Cagliostro di Franco De Pascale – III parte

Franco De Pascale è uno studioso del personaggio del Conte di Cagliostro. Ha tradotto il libro di Marc Haven, uno dei più completi e documentati saggi storici su Cagliostro.
Di prossima uscita è il suo libro Cagliostro e la nascita del Rito Egiziano. Dal capitolo quattro è tratto questo brano.

 
A dire il vero, come abbiamo visto, Goethe di arti magiche e di Alchimia se n’era occupato abbondantemente.

fronte casa goethe

La casa di Goethe

Quando, nei nostri anni giovanili, nel 1970, potemmo visitare a Francoforte la casa natale del poeta, ci stupimmo non poco nel vedere quanti testi di Kabbalah, di Ermetismo, di Alchìmia spagirica, paracelsiana e non, di Rosicrucianesimo, facessero parte della sua biblioteca.

Del resto, Goethe, dopo i disordini giovanili vissuti nel suo scapestrato periodo universitario a Lipsia, e prima di trasferirsi a Strasburgo (come abbiamo riferito più sopra), ebbe modo di sperimentare – lui stesso ne riferisce la complessa vicenda in Poesia e Verità – i benefici effetti fisici e spirituali di una medicina ‘ermetica’ e “rosicruciana’ che lo trasse miracolosamente fuori da una grave malattia che lo stava letteralmente portando alla tomba.

Per rendere più efficace l’azione terapeutica degli arcana spagirici che gli vennero somministrati dal sapiente terapeuta rosicruciano, il medico Metz, Goethe dovette occuparsi a fondo, assieme a Susanna von Klettenberg, la sua schöne Seele, la fraterna ‘anima bella’ di lui soccorritrice, delle immaginazioni contenute in una serie di opere di Alchimia rosicruciana.

Il Giarrizzo riporta, a p.15, la risposta di Kaspar Lavater al ‘bel’ discorsino, che voleva essere pedagogicamente istruttivo e rieducativo, sopra riportato:

«Cercare la verità senza conoscere l’essenza (un conoscere che può essere solo intuitivo) come Goethe vorrebbe tentare, è solo illusione, fantasticheria (Schwärmerei) e auto-adorazione.

E infine, quanto a Cagliostro, ha visto Goethe Alcune goccine dalla fonte della verità (1781) di J. J. Bode?

Son certo furfanterie, ma non mancano di spiegazioni.

E lo stesso Bode, che gli ha mandato l’opuscolo, gli scrive che:

 

“quale che sia il carattere morale, di medico e di chimico di Cagliostro, la sua divinazione la visione degli spiriti (Geiterseherei) è reale e non soggetta a dubbio.

È un enfant gâté della Natura, un prodigio reso inservibile da una grande unilateralità.

Altrettanto è certo che noi, tutti i nostri affari, le nostre sorti pendiamo da fili invisibili: che non solo tutti i documenti storici, le religioni sono pieni di favole e presagi dell’umanità, ma ogni uomo deve crederlo, possa volerlo o no, sol che osservi per otto giorni quel che Egli vuole o non vuole, e quel che accade o non accade […]“.

 

La divergenza non poteva essere rappresentata in termini più espliciti».

Ma, all’edizione italiana dell’opera di Goethe, Il Gran Cofto, il traduttore Giuseppe Raciti giustappone alla fine del testo goethiano una lunga Nota, che è oltremodo interessante esaminare almeno in alcuni punti di quella che il poeta tedesco inizialmente concepisce come un’opera buffa, intitolata Die Mystificierten, ossia “gli ingannati”, “i mistificati”, e che invece, lungi dal concernere una vicenda comica, riguardava una immensa tragedia.

Il Raciti così comincia a p. 123:

«Il testo definitivo del Gross-Kophta è della primavera-estate del 1791. La commedia va in iscena nel dicembre successivo, a Weimar; il testo a stampa esce a Berlino nel 1792, e Goethe l’accoglie nella prima parte delle Neue Schriften.

Il Gross-Kophta è un testo stratificato. La prima elaborazione del nucleo drammatico – il cosiddetto “affare della collana”, esploso a Parigi l’anno 1785 – è un libretto in versi intitolato Die Mystificierten.

Goethe vi lavora nel luglio del 1787, mentre soggiorna a Roma; ma verosimilmente l’idea scaturisce a Palermo, tre mesi innanzi, e va connessa alla «visita» di Goethe ai familiari di Cagliostro, il celeberrimo avventuriero palermitano coinvolto nello scandalo parigino e noto in tutta Europa con il nome di “Gran Cofto”.

Die Mystificierten era stato concepito originariamente come “un’opera buffa”, nel pieno rispetto della tradizione italiana.

In un primo tempo Goethe affida la composizione delle musiche all’amico Ph. Ch. Kayser, poi, probabilmente insoddisfatto, si rivolge al Kapellmeister J. Fr. Reichardt, ma il progetto si arena:

 

“Gli abbozzi di alcune efficaci arie per basso furono resi noti; altri pezzi musicali, che, privi del contesto, non avevano alcun significato, rimasero inutilizzati e non se ne fece nulla neppure del brano da cui ci si riprometteva l’effetto maggiore.

La visione degli spiriti nella sfera di cristallo dinanzi al Gran Cofto che profetizza nel sonno doveva rifulgere come un magnifico finale» (J. W. Goethe, Kampagne in Frankreich, Gedenkenausgabe dewr Werke, hrsg. E. Beutler, Zürich-München, 1962, vol. XII, p. 419)”.

 

Dalle ceneri del progetto operistico nasce, quattro anni più tardi il Gross-Kophta.

Le rappresentazioni weimariane sono un clamoroso fiasco».

 

Evidentemente, Goethe non poteva giungere in Sicilia con animo più prevenuto e, proprio a causa dei pregiudizi dei quali era imbevuto, non fu in grado di riconoscere – come vedremo – la fonte che avrebbe potuto sollevargli il velo sulla grandezza spirituale di Cagliostro e sulla sua missione. Anzi, fu incline a cercare, per le vie traverse dell’intrallazzo e della macchinazione conferme ai propri pregiudizi, sino a scendere nel fango di un audace e cinico speculare sui sentimenti di persone semplici e pulite come la madre, la sorella e gli altri famigliari di Giuseppe Balsamo (fosse o meno egli da identificare con Cagliostro) e ad imbastire una vera e propria impostura: proprio quello che voleva imputare ad altri.

 

Roberto Quarta, in maniera sin troppo benevola, così sintetizza, alle pp. 45-47 l’impresa siciliana di Goethe:

 

piazza vittoria fine 700

Napoli a fine ‘700

«Nella primavera del 1787 Goethe parte per un viaggio di diversi mesi che lo porterà a Napoli e in Sicilia.

Egli è affascinato dai fenomeni luminosi e desidera viverli a contatto diretto con il mare e il cielo della Magna Grecia.

Accompagnato da Tischbein, Goethe giunge a Napoli il 25 febbraio: la città partenopea ha su di lui un effetto tanto suggestivo che Roma gli appare ora “un vecchio convento in posizione sfavorevole”.

Porta sempre con sé il Volkmann, l’indispensabile guida d’Italia per i viaggiatori tedeschi, carta, penna, e gli inseparabili manoscritti delle opere iniziate. Ma Napoli non è la tappa conclusiva del viaggio: la visione di Pompei, Ercolano, del Vesuvio lo spingono a conoscere sempre meglio il meridione d’Italia e soprattutto i colori del Sud, nonostante la guida lo sconsigli di avventurarsi in Sicilia.

Tischbein si ferma a Napoli per trovare una sistemazione professionale definitiva e affida Goethe al paesaggista Christoph Heinrich Kniep, perché lo accompagni aldilà dello Stretto.

Alla data 3 aprile 1787 Goethe arriva in Sicilia: durante la traversata marittima, Kniep gli ha spiegato dettagliatamente la tecnica della pittura ad acquerello, molto praticata allora in Italia. Lo scrittore è sempre più interessato ai colori e alla loro genesi, che sarà al centro della Teoria dei colori (1810).

È proprio il viaggio in Italia che stimola in lui l’interesse per le leggi del vedere e soprattutto quel tipo di pittura che invece del disegno privilegia maggiormente il cromatismo pittorico: il passaggio di Goethe a Venezia gli ha svelato il fascino del colore di Tiziano, Tintoretto e Lorrain, con le sue enormi potenzialità espressive. 

La traversata dello Stretto di Messina per il maltempo dura quattro penosissimi giorni, durante i quali Goethe soffre terribilmente il mal di mare; finalmente ecco avvicinarsi la costa dell’isola, la cui natura è molto simile a quella descritta nell’Odissea. Finalmente dopo la tempesta “su terra e mare posa una bianca lucentezza e profumato aleggia l’etere senza nubi”.

Goethe e Kniep passano a Palermo due settimane, ma poco prima di lasciare la città per proseguire il giro dell’isola avviene l’incontro con “l’ombra” del famigerato Cagliostro.

Un avvocato palermitano, incaricato dalla corte francese di fare ricerche sulle origini del taumaturgo, incontra Goethe e gli mostra l’albero genealogico di Giuseppe Balsamo. Il documento dimostrava che Giuseppe Balsamo e Cagliostro erano la stessa persona.

Il giorno dopo Goethe e il segretario dell’avvocato, in confidenza con la famiglia di Cagliostro si mettono in cammino verso l’abitazione di questi. Goethe si spaccerà per un inglese incaricato di portare ai parenti notizie del loro congiunto liberato dalla Bastiglia e giunto a Londra.

Arrivati a una modestissima casa, organizzata intorno ad un’unica grande stanza, Goethe incontra la madre di Cagliostro, la sorella, i nipoti e altri familiari attirati dallo straniero venuto da lontano che aveva conosciuto il loro congiunto.

La sorella di Cagliostro compare timidamente emanando da tutta la sua persona una calda sensualità. L’infelice era rimasta vedova con tre figli e viveva con l’anziana madre e un infermo ospitato per carità.

Una profonda tristezza rendeva pesante l’atmosfera della casa. La sorella del mago manifesta a Goethe il desiderio di affidargli una lettera da recapitare al fratello e gli chiede di ripassare il giorno seguente.

L’indomani Goethe torna a prendere la missiva che il nipote di Cagliostro aveva fatto compilare da uno scrivano pubblico che certo non arrivò mai a destinazione.

Si conclude così malinconicamente l’esperienza palermitana di Goethe con l’ennesimo inganno al quale sarebbe andata incontro quella famiglia già tanto provata a causa di un truffatore.

Ma Cagliostro era veramente Balsamo? Quanto diverse erano le due personalità!».

 

Per l’esattezza, non fu la sorella di Balsamo, bensì la madre di lui a chiedere di recapitare una propria lettera a suo figlio. Come si vede, lo stesso Roberto Quarta, pur benevolo verso Goethe e la sua impresa dall’ambigua luce, ha non pochi dubbi e forti.

Così anche il Quarta si aggiunge alla non proprio corta schiera – Haven, Throwbridge, Ribadeau-Dumas, Martini, R. e T. De Chirico etc. – di coloro, che partendo da un pacato esaminare i fatti ritengono tutt’altro che certa e dimostrata l’identificazione del Conte di Cagliostro con Giuseppe Balsamo.

ritratto di goethe

Goethe

Goethe, infatti, giunse alle 3 del pomeriggio del 2 aprile 1787 a Palermo, provenendo via mare da Napoli, da dove era partito quattro giorni prima. Viaggiava, sotto il nome di Johann Philippus Moeller, commerciante di Lipsia, in compagnia del pittore tedesco Christoph Heinrich Knieps.

Poco prima di partire da Palermo, per visitare il resto della Sicilia, Goethe si fece accompagnare in via Terra delle Mosche, dal segretario di un avvocato palermitano – vedremo, poi, chi fosse in realtà costui – e si fece presentare alla madre di Balsamo facendosi conoscere da questa, sotto mentite spoglie, come Mister Wilton, viaggiatore inglese, sedicente caro amico del figlio.

Goethe andò a visitare Felicita Balsamo il 13 aprile 1787, accompagnato dal suddetto segretario che fungeva anche da interprete, perché evidentemente l’italiano parlato da quella famiglia palermitana non doveva essere sempre chiarissimo per l’istrionico Mister Wilton, “venuto a portare i saluti del parente lontano, a recare e chiedere notizie”.

I parenti di Giuseppe Balsamo si comportarono con grandissima dignità e disponibilità nei confronti di quello che credevano essere un amico del loro congiunto, non dissero nulla di male su di lui: espressero soltanto il desiderio che questi si ricordasse di loro e il fatto che speravano di rivederlo.

La sorella di Giuseppe Balsamo, Maria Capitùmmino, vedova e madre di tre figli, informò ‘Mister Wilton’ del fatto che il fratello Giuseppe le doveva quattordici tarì, per avergli lei riscattato alcuni gioielli al Monte dei Pegni. Infine madre e sorella chiesero di poter inviar al figlio lontano una lettera tramite il visitatore «inglese». Goethe stette al gioco e tornò il giorno dopo, da solo, a ritirare la lettera.

Tornato in Germania farà avere alla famiglia di Giuseppe Balsamo il ricavato di una colletta fatta tra amici da lui informati della vicenda.

Questi furono tutti i contatti che Goethe ebbe con la famiglia di Giuseppe Balsamo.

Il racconto che ne fece poi nel suo famoso Viaggio in Italia, negli anni, fu sottoposto nel tempo a molte revisioni, con aggiunte e soppressioni di vari particolari.

 

È, tuttavia, lecito dubitare della piena comprensione da parte sua di quanto i familiari di Balsamo potevano esprimere sul loro congiunto, in quanto lui stesso afferma (Ibidem, 732) circa il colloquio con la madre:

 

«Risposi alle sue domande, e anche le mie risposte dovettero esser tradotte».

 

Con quanta facilità, o più verosimilmente, difficoltà, abbia potuto cavarsela Goethe, il giorno dopo, senza interprete, allorché andò da solo a ritirare la lettera da recapitare al congiunto lontano, è difficile dire. Così com’è difficile dire quanta verità vi sia nel racconto di Goethe, poiché esso non ha altri riscontri che la sua parola, circa eventi nei quali – bisogna pur avere il coraggio di dirlo esplicitamente – egli ha oggettivamente giocato il ruolo dell’impostore.

Le ultime parole che Felicia, o Felicita, Bracconieri, vedova di Pietro Balsamo, disse a Goethe furono:

 

«Dite a mio figlio quanto io sia stata felice d’avere sue notizie; ditegli che io lo stringo al mio cuore.

Ogni giorno io prego per lui Dio e la Vergine.

Invio la mia benedizione a lui e a sua moglie e non ho altro desiderio che rivederlo ancora una volta prima della mia morte con questi occhi che hanno pianto tanto per lui».

 

Sicuramente i parenti di Balsamo si comportarono nei confronti del visitatore “inglese” con grande apertura umana, con dignità pur nella loro povertà: sicuramente con maggiore dignità di Goethe, che aveva imbastito una sì indegna impostura.

Tuttavia, nulla nel racconto di Goethe, prova che Balsamo fosse realmente Cagliostro, contrariamente a quanto sostenuto per quasi due secoli dai commentatori di parte avversa.

 

Goethe, inoltre, alla ricerca di elementi che confermassero le sue personalissime opinioni (leggi: pregiudizi) era pure andato, come si dice da noi a Firenze, a “bracare” in vari ambienti, prima di andare in contrada Ballarò a cercare la famiglia Balsamo.

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