Goethe e Cagliostro di Franco De Pascale – IV parte

Franco De Pascale è uno studioso del personaggio del Conte di Cagliostro. Ha tradotto il libro di Marc Haven, uno dei più completi e documentati saggi storici su Cagliostro.
Di prossima uscita è il suo libro Cagliostro e la nascita del Rito Egiziano. Dal capitolo quattro è tratto questo brano.

L’anno precedente era partita da Palermo una lettera anonima – si fa per dire – indirizzata al consigliere del re di Francia e commissario allo Châtelet, a Parigi, Philippe Fontaine.

Questa lettera “anonima” era partita da Palermo il 2 giugno 1786, ed era giunta a destinazione il 3 settembre dello stesso anno. In essa si riferivano notizie che volevano presentarsi come “rivelazioni” a proposito della vera identità di Cagliostro. La lettera principiava con le parole:

«Il preteso Conte di Cagliostro è nato a Palermo il 1743 ed è stato battezzato col nome di Giuseppe Balsamo, figlio di Pietro Balsamo, commerciante, morto nello stesso anno, e di Felicita Bracconieri, sua moglie».

L’estensore della missiva pretendeva di riferire una conversazione avuta con:

«Antonio Bracconieri, contabile di M. Jean-François Aubert, negoziante, che riconosceva in Cagliostro il figlio di sua sorella Felicita Bracconieri che abita con sua figlia Maria Balsamo».

volto di balsamo

Giuseppe Balsamo

Antonio Bracconieri descrisse così suo nipote, Giuseppe Balsamo:

«Piccolo, nerissimo, con il naso schiacciato e dal volto brutto, con tuttavia occhi vividi».

Purtroppo per lui, questa descrizione non corrisponde per niente a quella data dai numerosi personaggi che conobbero di persona Cagliostro, per esempio La Borde o Métra, e nemmeno al volto del busto fatto dallo scultore Houdon, immagine che tutti consideravano somigliantissima a lui.

In realtà, “l’anonimo” estensore della lettera informativa era Monsieur Bernard, suddito francese, calligrafo e insegnante di lingue a Palermo, delatore di professione e, nel caso in questione, prezzolato proprio dalla polizia francese.

Tuttavia, Monsieur Bernard non era l’unico ad essere sul libro paga del governo francese e quindi strumento della vendetta della corte di Francia contro Cagliostro; vi era anche il barone Antonio Bivona, avvocato di Francia in Sicilia, il quale si occupò “professionalmente”, ossia appunto “prezzolatamente”, del caso di Giuseppe Balsamo, che la Corte di Francia desiderava far credere essere identico a Cagliostro. L’avvocato Bivona ricorse all’impostura; mandò il proprio segretario-scrivano Giovanni a casa della madre di Balsamo, imbastendo la storia di un’eredità o di un beneficio per la famiglia, se tramite documenti questa avesse potuto dimostrare il proprio buon diritto.

I famigliari di Giuseppe Balsamo, ingenuamente fiduciosi, si affrettarono a fornire certificati di battesimo e altri documenti.

Fu lo stesso scrivano Giovanni a confessare a Goethe come il Bivona e lui avessero messo su la «sceneggiata» ad uso e consumo dei Balsamo.

Ma una sceneggiata fu messa su anche a uso e consumo dello stesso Goethe.

Il barone Bivona sapeva benissimo che l’opinione di Goethe avrebbe avuto una risonanza internazionale, per cui decise di “usarlo” come utile testimonial inconsapevole dell’azione di propaganda demolitrice voluta dalla Corte di Francia.

E fu lo stesso Giovanni, segretario del Bivona, ad accompagnare Goethe il primo giorno di visita a casa Balsamo, a consigliarlo e ad assecondarlo nell’arte di come meglio circuire i familiari di Giuseppe Balsamo e di cavarne possibilmente notizie utili.

Non ne trassero niente, se non di comportarsi da infami; solo questo e null’altro.

 

Ma cotanta infamia, evidentemente, non poteva bastare a Goethe: egli doveva deridere cinicamente Cagliostro in una commedia. Doveva soprattutto fare l’esaltazione dell’opera odiosa dell’Inquisizione romana.

Infatti, sempre nel citato Viaggio in Italia (trad. it., Loc. cit., p. 729) così Goethe scriveva ad edificazione dei suoi fiduciosi lettori, facendo – in maniera davvero imperdonabile –  l’elogio delle ignobili menzogne del Compendio di Mons. Barbéri: 

«Chi l’avrebbe detto, che Roma avrebbe una volta tanto contribuito ad illuminare il mondo e a smascherare una volta per sempre un ciurmadore, come in realtà è avvenuto dopo la pubblicazione di questo estratto degli atti del processo!

Certo ogni persona assennata, che abbia visto con dolore tanti truffati, semi-truffati o truffatori andare in visibilio per anni ed anni davanti a quest’uomo e alle sue ciurmerie, sentirsi superiori agli altri grazie i loro buoni rapporti con lui, e commiserare, se non disprezzare dall’alto della loro tronfia dabbenaggine, il buon senso comune».

 

È mai possibile, a questo punto, attribuire un qualsivoglia valore alla “testimonianza” di Goethe che pensava che a lui fosse lecito istrionescamente fingere, mentire, spacciarsi per altri, promettere a vuoto, giocare graziosamente coi più sacri sentimenti di persone semplici, scrivere una commedia sul tutto, ed infine plaudere spregiudicatamente – e cinicamente – all’opera di menzogna e di sangue del Sant’Uffizio?

Evidentemente Goethe, in questo caso, non cercava la verità, non cercava di conoscere come stessero realmente le cose, non cercava di “leggere” nelle cose e negli eventi la verità non evidente, nascosta dietro la parvenza che appaga i più, coloro che si reputano “intelligenti”, astuti, abili, e che molto raramente si rivelano saggi.

Goethe, che nella ricerca della natura è stato veramente grande nell’intuire il metodo del “fenomeno puro”, deterso dalle deformazioni della psiche soggettiva, che oltre la parvenza ha cercato il “fenomeno primordiale”, è stato nei confronti di Cagliostro infedele a se stesso e al proprio metodo, è stato incapace di attuare la prassi dell’esperienza pura, di aprirsi senza preconcetti “all’osservazione pura”, alla pura percezione di ciò che aveva di fronte.

Inoltre, della “spedizione” di Goethe a casa della madre di Balsamo abbiamo unicamente la sua versione, per di più scritta molto tempo dopo il suo viaggio in Italia, e riveduta più volte allo scopo di render maggiormente plausibile tale sua “congegnata” versione.

Orbene, dalle sue stesse parole non risulta ch’egli abbia mai pronunciato il nome di Cagliostro, bensì unicamente ch’egli era un “amico inglese” del figlio di Felicita Bracconieri, il quale aveva fatto fortuna lontano da casa, e che lo aveva inviato a portare loro i suoi saluti e sue notizie.

Dopo aver letto e riletto più volte il resoconto goethiano – sua ipsissima verba – dei suoi due incontri con la famiglia di Giuseppe Balsamo, non mi risulta affatto ch’egli in loro presenza abbia pronunciato il nome di Alessandro, conte di Cagliostro, né che lo abbiano fatto i congiunti di Balsamo.

Eppure, egli aveva la soluzione vicinissima, ma non ebbe tuttavia occhi per scorgerla, perché impedito dalla nube oscurante di pregiudizi e poco nobili sentimenti.

Anzi, è un fatto notevole che Goethe, diversi giorni prima di recarsi due volte a casa della madre e della sorella di Balsamo, abbia incontrato il Viceré di Sicilia, il quale gli avrebbe potuto risparmiare di andare a cercare un manutengolo della corte di Francia, come il barone Bivona, e di metter su l’indegna sceneggiata a uso e consumo dei parenti di Giuseppe Balsamo, da lui cinicamente ingannati.

Infatti, arrivato a Palermo il 3 aprile 1787, Goethe si vide recapitare in albergo il giorno di Pasqua, l’8 aprile, un invito a pranzo al palazzo del Viceré.

Vi andò presto, e, nell’attesa, si mise a conversare con un anziano cavaliere dell’Ordine di Malta, facendosi riconoscere da questi come l’autore del Werther, cosa che suscitò la stupita meraviglia dell’anziano cavaliere.

Poi così prosegue, nel suo racconto Goethe (Ibidem, p. 713):

«In quel momento fece il suo ingresso il Viceré col suo seguito.

Egli si comportò subito con quella decorosa affabilità, che si addice a un gentiluomo par suo; ma non poté fare a meno di sorridere, quando il cavaliere maltese ebbe espresso anche a lui la sua meraviglia di vedermi.

A tavola il Viceré, che mi aveva fatto prendere posto accanto a lui, conversò a lungo sullo scopo del mio viaggio, assicurandomi che avrebbe dato disposizioni per farmi vedere tutta Palermo e per agevolarmi in tutti i modi la mia escursione in Sicilia».

uomo con parrucca in alta uniforme

Francesco d’Aquino

Il traduttore italiano pone una nota in calce alla precedente p. 712, nella quale rivela l’identità del Viceré, che noi ormai ben conosciamo:

«Era Francesco d’Aquino, principe di Caramanico, che più d’uno straniero eminente ricorda per la sua ospitalità affabile e cerimoniosa.

Un ritratto del principe trovasi tuttora al Palazzo Reale».

Ora, il principe Francesco d’Aquino, Viceré di Sicilia, massone, e, come suo fratello Luigi, cavaliere dell’Ordine di Malta, avrebbe potuto, più di ogni altro, ragguagliare Goethe su chi fosse veramente Cagliostro, quale fosse la sua statura morale e spirituale, quale la sua missione.

Avrebbe potuto fargli avere tranquillamente, senza sotterfugi, macchinazioni e imposture, in maniera assolutamente legale, quei documenti su Giuseppe Balsamo, per reperire i quali Goethe dovette ricorrere poi a spie e ad avvocati prezzolati dalla Corte di Francia, dovette presentarsi alla madre di questo sotto le mentite spoglie di “Mister Wilton”, manipolare i sentimenti di lei e dei suoi famigliari, promettere di eseguire una commissione che in cuor suo non intendeva affatto eseguire, dovette fingere un’amicizia per Cagliostro, che nei suoi scritti chiamerà, invece, “canaglia”!

Francesco d’Aquino, il quale essendo stato prima Maestro Venerabile della Loggia Vittoria e poi Gran Maestro della Gran Loggia Nazionale del Regno di Napoli, conosceva a fondo l’Ars Regia Muratoria e avrebbe potuto spiegare al massone Goethe, come Cagliostro fosse stato iniziato nella Loggia S. Giovanni del Segreto e dell’Armonia di Malta, che apparteneva al sistema “scozzese” della Loggia Madre di Marsiglia.

Avrebbe potuto informarlo che la Loggia Madre S. Giovanni di Scozia di Marsiglia, sempre fiera della sua indipendenza, coltivava Alti Gradi d’impostazione fortemente ermetica e rosicruciana, che trasmetterà prima all’Accademia dei Filosofi Ermetici di Avignone e al Rito Scozzese Filosofico (il quale, appunto, dati i profondi interessi ermetici e alchemici coltivati, sarebbe più giusto chiamare “filosofale”), e poi al Rito Egiziano di Misraim.

Avrebbe potuto comunicargli che la loggia maltese aveva come deputato Maestro Venerabile il Cavaliere Charles-Abel de Loras, Balì dell’Ordine di Malta, nonché amico e discepolo di Cagliostro sin dal loro incontro a Napoli nell’estate del 1782, che la loggia di Malta era in comunicazione con quella di Palermo.

Avrebbe potuto presentargli l’oratore della loggia palermitana, il Cavaliere Balì e Ricevitore dell’Ordine di Malta a Palermo Gioacchino Requesens, amico di suo fratello Luigi e di Cagliostro.

Avrebbe potuto parlargli dei Gran Maestri Manuel Pinto de Fonseca ed Emmanuel de Rohan, nei cui palazzi Cagliostro fu accolto ed abitò, trattato come un principe.

Francesco d’Aquino, che era a Napoli durante i primi due soggiorni di Cagliostro nel 1768 e nel 1774, avrebbe potuto descrivere a Goethe i rapporti di questi con la loggia ermetica ed “egiziaca” Perfetta Unione, l’amicizia col principe, suo cugino, Vincenzo di Sangro.

Avrebbe potuto raccontare del soggiorno parigino di Cagliostro, visto che nel 1785 il principe, ora Viceré, reggeva l’ambasciata di Napoli a Parigi, della considerazione che il duca di Chartres, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, e il principe di Luxembourg-Montmorency – Gran Protettore del Rito Egiziano – avevano per il Gran Cofto.

Avrebbe potuto rassicurare Goethe sul fatto che Cagliostro col furto della Collana della Regina non c’entrava assolutamente nulla, e che il Parlamento di Parigi, ossia un Tribunale Regio, lo aveva assolto con formula piena.

Tuttavia, un “angelo” deve aver posto la sua mano sugli occhi e sulla bocca del consigliere aulico Wolfgang Goethe, poiché il suo cuore era chiuso.

Goethe non chiese e, giustamente, non ebbe risposta.

Soltanto “ex abundantia cordis os loquitur”.

Probabilmente, il poeta lusingato dal fatto di esser invitato in giorno sì fausto, dal Viceré, e, forse, un poco solleticato nella sua vanità letteraria come riconosciuto autore del Werther, non gli venne in mente di porre al principe Francesco d’Aquino Caramanico la domanda su Cagliostro che il destino da lui attendeva.

Anche Trevrizent rimproverò all’ancora puro folle Parzival il non aver posto, alla sua prima andata al castello del Graal, per mancanza di compassione, la domanda che avrebbe potuto risanare il ferito Anfortas![1]


[1] Brano tratto dal capitolo quattro del libro inedito di Franco De Pascale: Cagliostro e la nascita del Rito Egiziano. Parte quarta.

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