Goethe e Cagliostro di Franco De Pascale – V parte

Franco De Pascale è uno studioso del personaggio del Conte di Cagliostro. Ha tradotto il libro di Marc Haven, uno dei più completi e documentati saggi storici su Cagliostro.
Di prossima uscita è il suo libro Cagliostro e la nascita del Rito Egiziano. Dal capitolo quattro è tratto questo brano.

Il Tribunale del Sant’Uffizio non dimostrò mai che Cagliostro fosse in realtà Balsamo, e non lo condannò affatto per reati comuni – peraltro mai giuridicamente dimostrati, ma solo calunniosamente proclamati nel Compendio di Giovanni Barbéri – bensì unicamente come seguace della Massoneria e dell’Ordine degl’Illuminati.

Per tali “delitti”, chiaramente, avrebbe ben potuto essere condannato dal Tribunale del Sant’Uffizio lo stesso Goethe, essendo anche lui massone e illuminato. Cagliostro, invero, fu condannato esclusivamente in quanto fondatore del Rito di Massoneria Egiziana.

Quanto a quest’ultima, vogliamo trascrivere la sintesi che del sistema “egiziano” fa Carlo Francovich, autore razionalista di formazione marxiana, non certo sospetto di simpatie nei confronti di Cagliostro e dell’occultismo, alle pp. 439-440 della sua Storia della massoneria in Italia dalle origini alla rivoluzione francese:

«Difatti, anche nella massoneria egiziana si affermava che l’uomo, creato da Dio come l’essere più perfetto, era in seguito, per colpa del peccato originale, decaduto dalla sua posizione semidivina a quella di una fragile umanità.

Ma, con l’iniziazione al rito egiziano si poteva, mediante una graduale prassi risanatrice, raggiungere l’antica purezza e l’antico potere su tutte le altre creature terrene e celesti. Soltanto che nel rito di Cagliostro la palingenesi non era unicamente spirituale e non si realizzava con pratiche cultuali come il battesimo e l’acqua santa e con la discesa dello Spirito Santo; e nemmeno si trattava soltanto di una rigenerazione morale e intellettuale, ma si apriva anche la speranza di realizzare – con complesse pratiche magiche e una severissima quarantena – la completa e perenne rigenerazione fisica del proprio essere. In altri termini, si poteva conseguire l’immortalità dell’anima e del corpo.

Nei documenti pervenutici sui riti e le pratiche della massoneria egiziana viene minutamente descritto il modo di conseguire un così ambìto risultato».

serpente con freccia

Il sigillo della Massoneria egizia

La sintetica descrizione del Francovich è assolutamente esatta, anche se con le sue parole descrive quel che egli, per un suo comprensibile limite interiore, non intende. Ma, questa dottrina della rigenerazione o della palingenesi, che veniva simbolicamente drammatizzata nei riti d’iniziazione, illustrata da simboli e velata con allegorie nei catechismi dei vari gradi del Rito Egiziano, non era affatto un’invenzione stravagante di Cagliostro: apparteneva a tutta la tradizione iniziatica. La si ritrova nell’Ermetismo alessandrino, nell’Alchìmia rosicruciana, nel sistema kabbalistico degli Eletti Cohen di Martinez de Pasqually, e in altri consimili “sistemi”. La si ritrova, negli agitati giorni della Rivoluzione Francese, persino negli scritti dello Jerofante pagano Quintus Nautius Aucler, l’autore della Tréicie.

Che cosa avrebbe detto il consigliere aulico Goethe, se il principe Francesco d’Aquino gli avesse parlato in questi termini della Massoneria Egiziana di Cagliostro?

Stupisce che nessuno, sino ad oggi, si sia accorto di quanto l’incontro di Goethe con il principe di Caramanico avrebbe potuto essere illuminante e fecondo per il poeta tedesco, e quanto a volte il destino e l’evoluzione di un’anima corrano sul filo di una domanda coraggiosamente posta o, purtroppo, invece ‘stoltamente’ taciuta.

Per molto tempo mi è sembrata una contraddizione enigmatica quella di un Goethe capace di elevarsi, da un lato alle più alte vette del pensiero e dell’esperienza artistica, sino a toccare, nelle sue più luminose culminazioni interiori, autentiche esperienze spirituali, e, dall’altro, di esser capace di estremi fraintendimenti nei confronti delle vicende di Cagliostro (ma non solo nei suoi confronti), che lo porteranno ad allinearsi conformisticamente “all’opinione comune”, ossia all’opinione volgare, e a scrivere contro di lui inaccettabili non verità.

Queste saranno tuttora sfruttate da militanti dell’odio teologico confessionale e da agnostici gazzettieri, ignobili professionisti dell’irridente dissacrazione di ogni valore spirituale, che diffondono la loro oscena letteratura in libri da supermercato.

Mi sembrava quasi impossibile che l’ostinato, e non serenamente obiettivo avversario di Cagliostro, fosse la stessa persona che, nel suo viaggio in Italia, scoprì al Lido di Venezia, esaminando con limpido occhio di ricercatore il cranio di un capro, l’osso intermascellare, e intuendo così la metamorfosi degli organismi animali, scrisse da Palermo a Herder sulla sua scoperta della pianta primordiale, da lui contemplata in maniera “sensibile-sovrasensibile”, attraverso quello che egli stesso chiama “giudizio veggente”, intuendo la legge della vivente metamorfosi delle piante.

Mi appariva paradossale che il Goethe, sagace indagatore della natura sovrasensibile della luce, della quale i colori sono “azioni e passioni” – e nei miei pluridecennali studi di Ottica ho avuto la gioia di occuparmi teoricamente e sperimentalmente della sua Teoria dei colori – il poeta dell’Inno alla Natura nel quale egli si rivela ispirato vate orfico, potesse errare così tragicamente nei confronti di un Iniziato come Cagliostro.

uomo in posa fotografica

Rudolf Steiner

Una pagina importante, che in qualche modo mi ha permesso, se non di sciogliere, almeno di accostare l’enigma, la trovai inaspettatamente in un’opera di Rudolf Steiner, I Misteri dell’Oriente e del Cristianesimo, ove alla domanda:

«Come può, ad esempio, un uomo come Goethe portare nella sua anima, da un lato, certi Misteri, e dall’altro passioni che lo turbano a volte così potentemente?»,

egli così risponde:

«Effettivamente: in Goethe, se a tutta prima lo guardiamo così, ci sta dinnanzi ciò che si può chiamare in senso volgare “una doppia natura”.

A uno sguardo superficiale, le due nature a malapena s’accordano: da un lato, la grande anima dai magnanimi sensi, a cui fu dato di creare talune parti del secondo Faust, e di esprimere taluni profondi misteri dell’essere umano nella Fiaba del Serpente Verde e della bella Lilia […], e, dall’altro, appare in Goethe una seconda natura, sotto certi aspetti “umana, troppo umana”, la quale tormenta lui stesso e in più modi lo compenetra di rimorsi.

Orbene, nei tempi antichi le due nature non erano nell’uomo così nettamente spiegate, così scisse.

Non era possibile che un uomo, la cui biografia si potesse descrivere come quella di Goethe, toccasse le alte vette raggiunte nel secondo Faust o nella Fiaba del Serpente Verde e della bella Lilia, e al tempo stesso si scindesse a quel modo nella sua anima.

Nei tempi passati ciò sarebbe stato impossibile. Si rese possibile solo nei tempi moderni, dacché nella natura umana una parte dell’anima divenne incosciente e nell’organismo una parte divenne morta.

Poiché la parte rimasta viva può purificarsi ed elevarsi tanto che in essa si svolga ciò che conduce alla Fiaba del Serpente Verde e della bella Lilia, mentre il resto rimane esposto agli attacchi del mondo esteriore.

E siccome vi si possono annidare le forze che abbiamo caratterizzate, la consonanza con l’Io superiore dell’uomo può risultare assai scarsa […]..

Questo è l’elemento misterioso e così difficile a intendersi in nature simili a quella di Goethe.

E questo è pure ciò che porta a espressione tanti enimmi dell’anima umana nell’epoca moderna. Tutto ciò che si svolge, in fatto di dualismi nella natura umana, tocca anzitutto l’anima razionale o affettiva, e questa è proprio quella che si scinde nelle due “nature”, una delle quali può sommergersi nella materia, l’altra elevarsi allo Spirito […].

E coloro che conoscono i segreti delle incarnazioni umane, non si sentiranno punto confondere dal fatto che una tale disarmonia si possa produrre; perché, a misura che simili casi aumentano, aumenta anche il discernimento degli uomini, e con ciò viene a cessare l’antico principio autoritario.

Onde va fatto sempre maggior appello al discernimento, per esaminare quanto proviene dai Misteri. Sarebbe certo più comodo guardare soltanto ai lati esteriori di coloro che sono chiamati ad insegnare, perché in tal caso si farebbe a meno di esaminare se i fatti ch’essi hanno da esporre, insegnare e compiere spiritualmente, sieno connessi col sano giudizio umano e con la logica spassionata.

Per quanto non si voglia e non si debba punto difendere il dualismo della natura umana, ma esigere, nel senso più severo, il dominio dell’anima sopra l’esterno, pure si deve dire che i fatti accennati risultano assolutamente conformi alla realtà dell’evoluzione moderna».

Goethe stesso espresse poeticamente il dualismo tragico che dilaniava la sua interiorità con i seguenti versi della prima parte del Faust, I, :

«Il mio sen due diverse anime serra

e quella vuolsi separar da questa;

la prima coi tenaci organi afferra

il mondo, e stretta con ardor vi resta.

l’altra fugge le tenebre, e la vedi

levarsi altera alle paterne sedi».

Tutto ciò pone ardua prova al cercatore che voglia, oggi, calcare l’irto sentiero dell’Iniziazione, poiché il mondo attuale non è certamente a dimensione dell’uomo interiore e la moderna civilizzazione – se proprio così vogliamo chiamarla – non fa che rafforzare e rendere sempre più inespugnabile la prigione corporea dell’anima, dagli antichi Iniziati orfici e pitagorici assimilata alla tomba dell’anima uccisa.

Il mondo antico poteva ancora offrire condizioni esteriori propiziatrici della trasmutazione interiore, e le stesse prove iniziatiche potevano svolgersi – in quel mondo – anche attraverso modalità esteriori, che si riflettevano analogicamente sulla rinascita e sul risveglio dell’uomo interiore che andava liberandosi dalla tombale prigione corporea.

Ma tutto ciò è ormai negato – in quella forma – all’attuale neofita alla ricerca della via di realizzazione spirituale, e le prove possono assumere aspetti molto più sottili ed interiori, e presentarsi in forme paradossali e inaspettate.

A tale proposito risultano illuminanti le seguenti parole, tratte dall’opera citata, di Rudolf Steiner:

«Nel complesso però, l’Iniziazione dei tempi moderni ha un carattere assai più interiore, pone esigenze ben più severe all’intimo dell’anima umana, ma in un certo senso non può più accostarsi in modo immediato all’esterno della natura umana; sicché, molto più che non nell’Iniziazione antica, l’esterno può venir chiarito e purificato pel fatto che l’interno si rafforza e domina l’esterno.

L’ascesi esteriore, l’allenamento esteriore appartengono molto più alla natura dell’Iniziazione antica; alla natura dell’Iniziazione moderna appartiene molto di più l’evoluzione immediata dell’anima stessa, così che questa sviluppi forti energie appunto nella sua interiorità. E siccome le condizioni esteriori sono tali che nel corso del tempo i morti sedimenti della natura umana, che oggidì possono così fortemente inquietare l’Iniziato, vengono superati, si deve dire: nel tempo nostro e ancora in avvenire vi saranno indubbiamente nature simili a quella di Goethe, le quali con una parte del loro essere ascendono molto in alto, mentre con l’altra rimangono legate all’«umano, troppo umano».

Queste parole sono in perfetta armonia con quelle che Cagliostro rivolgeva ai suoi discepoli nel corso della loro iniziazione, parole che si ritrovano nel Rituale egiziano e che già Marc Haven mise in adeguata evidenza:

«Raddoppiate i vostri sforzi per purificarvi, non attraverso austerità, privazioni o penitenze esteriori; non è il corpo che si tratta di mortificare e di far soffrire; sono l’anima e il cuore che occorre rendere buoni e puri, cacciando dalla vostra interiorità tutti i vizi e accendendovi dell’amore della virtù».

Queste parole suonano ammonitrici, oggi, in un’epoca in cui molti cercano le vie della “facile forza”, e, spinti da una sorta di materialismo magico, un magismo equivoco che, lungi dall’essere teurgia o magia divina, scivola sin troppo facilmente in una magia da serve, oppure nelle ricette, sedicenti alchemiche, per cucinare omelettes di dubbia fattura e sapore, i mezzi “efficaci” per un “rapido” conseguimento della “potenza” e, perché no, “dell’immortalità olimpica”, o ammonia (come usano dire costoro), senza che venga nemmeno posto, o anche solo presagito, il problema della trasformazione della mediocrità ottusa e semianimale di una natura umana oscura e decadente.

Quanto detto più sopra, mi sembra permetta di accostare con maggiore oggettività la tragedia del misconoscimento da parte di Goethe della figura e dell’azione di Cagliostro, avendo nel cuore un sentimento intuitivo delle difficili lotte che imperversarono nell’anima del poeta, e della possibilità concreta che vi è per il cercatore di smarrire il sentiero della realtà nel labirinto delle apparenze illudenti.

Vi è, tuttavia, sempre la possibilità, per la conoscenza folgorante, di trapassare il velo che ricopre l’Iside e di disperdere la nebbia che impedisce la percezione della vera Realtà.

Ma per far questo bisogna morire prima di morire[1].


[1] Brano tratto dal capitolo quattro del libro inedito di Franco De Pascale: Cagliostro e la nascita del Rito Egiziano. Parte quinta.

 

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