Goethe e Cagliostro di Franco De Pascale – I parte

Franco De Pascale è uno studioso del personaggio del Conte di Cagliostro. Ha tradotto il libro di Marc Haven, uno dei più completi e documentati saggi storici su Cagliostro.
Di prossima uscita è il suo libro Cagliostro e la nascita del Rito Egiziano. Dal capitolo quattro è tratto questo brano.

 

Una dottrina falsa non si può confutare perché poggia
sul convincimento che il falso sia vero,
le discussioni sono inutili di fronte a chi voglia ammettere
solo le prove conformi al suo modo di pensare.
Wolfgang Goethe

Siamo tutti così limitati che crediamo sempre di aver ragione.
Wolfgang Goethe

goethe sdraiato in campagna

Sono noti gli interessi esoterici di Goethe. Tali interessi si manifestarono presto nella vita del poeta tedesco: sin dalla sua giovinezza, ossia sin dal periodo di Francoforte, sua città natale, prima e subito dopo gli anni dei suoi studi all’università di Lipsia. Tale periodo di studi fu caratterizzato per lo più dall’agitazione di una vita oltremodo disordinata, ricca di eccessi e sregolatezze che lo ridussero quasi in fin di vita. Tornato, nel 1768, piuttosto male in arnese nella sua Francoforte, dové il recupero della salute all’intervento di un medico rosicruciano e paracelsiano, il dottor Metz, il quale gli somministrò dei preparati spagirici – degli «arcani», come si diceva allora – e gli consigliò di accompagnare l’assunzione di quei farmaci spagirici con la lettura e lo studio di alcune opere di Alchìmia, come l’Opus mago-cabbalisticum et theosophicum di Georg von Welling.

Goethe, in effetti, lesse e studiò tale opera, ripubblicata nel 1760 a Francoforte e a Lipsia per opera della Fleischerischen Buchhandlung, assieme all’anziana signorina Susanne von Klettenberg, amica della madre del poeta e che negli ultimi anni si era affezionata al giovane studente scapestrato. Come racconta Goethe nell’VIII libro del suo Dichtung und Wahrheit, apparso in italiano col titolo di Poesia e Verità, la Susanne von Klettenberg, che gli aveva presentato il dottor Metz, fu la sua “iniziatrice” alla «filosofia naturale», come pure veniva chiamata a quel tempo la visione ermetica e alchemica del mondo, ed ella appare nei Bekenntnisse einer schönen Seele, ossia nelle Confessioni di un’anima bella, nel VI libro dei Wilhelm Meisters Lehrjahre, ovvero negli Anni di apprendistato di Wilhelm Meister del poeta e scrittore germanico.

Anni dopo, Goethe si fece accogliere nella fratellanza massonica.

Nella notte di San Giovanni, ossia nella notte tra il 23 e il 24 giugno del 1780, una delle feste più importanti dell’Ordine massonico, Johann Wolfgang Goethe, Consigliere Segreto, Geheimer Rat del duca Carl August von Sachsen-Weimar, venne iniziato Apprendista Libero Muratore nella Rispettabile Loggia Anna Amalia alle tre rose, loggia aderente alla Stretta Osservanza Templare, a Weimar.

Il 23-24 giugno 1781 viene «passato» Compagno d’Arte, e il 2 marzo 1783 «elevato» Maestro Massone. In seguito, egli entrò nell’Ordo Illuminatorum, fondato a Ingolstadt da Adam Weishaupt, nel quale fu iniziato al grado di Regent, l’11 febbraio 1783, col nomen Ordinis di Abaris, da Christian Bode.

La cosa ha una certa importanza perché Cagliostro venne condannato dal Tribunale del Sant’Uffizio alla pena capitale, commutata poi dal papa Pio VI nel carcere a vita “senza speranza di grazia”, proprio in quanto massone e illuminato. Questo fatto avrebbe dovuto rendere Goethe più prudente, meno prevenuto e ingiusto, nei confronti del Gran Cofto della Massoneria Egiziana.

 

Così riassume le vicende massoniche del poeta tedesco Roberto Quarta nel suo Roma massonica, Editoriale Olimpia, Sesto Fiorentino, 2009, p. 36:

«Nato a Francoforte nel 1748, Goethe è colpito da un accesso polmonare alla vigilia del diciannovesimo compleanno: le sue condizioni di salute peggiorano gravemente.

Viene guarito da un medico paracelsiano, determinante per la conversione dello scrittore all’ermetismo alchemico.

Il 23 giugno 1780, notte di San Giovanni Battista, Goethe entra nella loggia massonica “Anna Amalia alle Tre Rose”, mentre ricopre l’incarico di Consigliere Segreto del duca di Weimar Carl August von Sachsen.

Il 12 dicembre 1782 Goethe ottiene gli Altri Gradi [della Stretta Osservanza Templare] e nel febbraio 1783 entra nell’Ordine degli Illuminati di Weischaupt [sic per Weishaupt].

Poco dopo scrive il poemetto I Segreti, incentrato sulla spiritualità misticheggiante rosicruciana, ancora in auge in Germania, dopo la riedizione nel 1781 del manifesto Le Nozze Mistiche [sic, errore per Chimiche, ossia Alchemiche] di Christian Rosenkreutz.

Il verbo rosicruciano, emblema di un cristianesimo eterodosso diverso da ogni forma d’istituzionalizzazione, avvicina lo scrittore alla concezione paracelsiana della natura opposta a quella newtoniana e illuminista».

 

Poi, Roberto Quarta descrive l’arrivo di Goethe a Roma, dopo la sua improvvisa, e non annunciata, partenza da Weimar, di nascosto e sotto il falso nome di Moëller o Milleroff, e il suo andare ad abitare nell’abitazione del pittore tedesco Wilhelm Tischbein, nell’attuale Via del Corso 18-20, a poca distanza da Piazza del Popolo, abitazione oggi trasformata in museo.

Il Quarta, a p. 40, mette in evidenza come:

copertina libro werther«La vera identità dell’artista rimarrà sempre nascosta sia per motivi di privacy ma soprattutto perché egli era l’autore di un’operetta in odore di eresia: I dolori del giovane Werther nella quale si esaltava la soggettività estrema, il contrasto tra l’individuo e le convenzioni della società, il suicidio. Lo scritto stava circolando grazie ai circuiti massonici clandestini: Adam Weischaupt [sic per Weishaupt], capo della setta degli Illuminati di Baviera, ricercato in tutta la regione, aveva fatto del Werther uno dei suoi manifesti» 

 

Più oltre, Roberto Quarta mette in evidenza, alle pp. 41-42 un episodio, che poco ha attirato l’attenzione degli studiosi, sul quale fa delle considerazioni veramente interessanti: la visita di Goethe e Tischbein, ambedue ferventi massoni, ad una “dimora filosofale”, che vale la pena di riportare e proporre alla riflessione del candido lettore:

«Imboccata Via della Lungara, nei pressi di Palazzo Corsini, si profila l’ingresso della Villa della Farnesina, l’abitazione cinquecentesca dell’uomo più ricco del Rinascimento, il banchiere senese Agostino Chigi (1466-1520), progettata all’inizio del Cinquecento da Baldassarre Peruzzi.

Goethe e Tischbein percorrono i giardini che circondano la villa, dove un tappeto di piante «illuminato» da cedri, limoni e arance, celebra il suo trionfo nella Loggia di Amore e Psiche, la cui volta era stata dipinta nel 1518 da Raffaello […].

I due massoni in incognito, passeggiando attraverso il giardino rinascimentale, lo confrontano con il nuovo modello di giardino all’inglese che nel Settecento si stava contrapponendo a quello italiano: la trattatistica inglese sul paesaggio distingueva chi privilegiava l’integrazione del giardino nell’ambiente e chi sottolineava invece l’importanza della presenza di memorie storiche; così i giardinieri potevano diventare non solo botanici, ma anche pittori e filosofi.

Gli ideali massonici influiscono anche sull’arte del giardino, che si trasforma in teatro di un viaggio iniziatico, costellato da una serie di edifici come il padiglione eretto nel 1781 a Basilea da Cagliostro per il suo amico e protettore, il banchiere Sarrasin: situato nella zona più nascosta del parco, su due piani, costituiva una vera e propria “Loggia della Rigenerazione”. In essa Cagliostro chiudeva per quaranta giorni l’adepto, che, sottoposto a una serie di riti magici, sarebbe uscito completamente rigenerato nello spirito e nel corpo.

Il giardino massonico è inoltre caratterizzato da varie tipologie architettoniche, quali piramidi, grotte, edifici neogotici e laboratori chimico-alchemici che si snodano attraverso un percorso labirintico.

Villa Chigi era abbellita da una veranda che fino alla fine dell’Ottocento si affacciava direttamente sul Tevere».

 

Dopodiché Roberto Quarta si dilunga, alle pp. 42-43, a descrivere le bellezze artistiche della “dimora filosofale” di Agostino Chigi, che forzatamente siamo costretti a riportare, a malincuore, se non per pochi passi monchi:

affreschi villa chigi«La Loggia di Amore e Psiche esalta la vita degli dei nelle altezze celesti: Giove e Venere sono indaffarati a risolvere la delicata vicenda erotica di Amore e Psiche, che aveva messo a soqquadro l’Olimpo e rischiato di far nascere un conflitto insanabile tra gli dei. […].

Gli affreschi raffaelleschi trattano gli episodi del mito ispirati all’Asino d’oro di Apuleio ambientati in cielo: Venere mostra Psiche ad Amore, Amore e le tre Grazie, Venere Cerere e Giunone, Venere si reca da Giove sul cocchio, Venere davanti a Giove, Psiche portata nell’Olimpo, Piche davanti a Venere, Giove bacia Amore, Mercurio e Psiche.

Nella parte centrale del soffitto ci sono due grandi cene, l’una accanto all’altra: il Concilio degli dei, che stabilisce come deve essere allestito il Banchetto nuziale, raffigurato nell’altro riquadro. Le diverse tappe dell’iniziazione di Amore e Psiche possono essere riassunte dalle due diverse relazioni fra gli amanti all’inizio e alla fine del racconto: nella prima domina il dolore, la divisione, l’invisibilità; nelle nozze, predomina la luminosità, il colore, la ricchezza dell’immaginazione. Dall’oscurità alla luce, l’amore divino rende immortale l’uomo.

Goethe e Tischbein si spostano rapidamente nella Loggia di Galatea, la bella ninfa, ritratta da Raffaello sulla parete della sala, mentre percorre la superficie delle acque su un carro di conchiglie madreperlacee, trainato da esseri marini in un tripudio di satiri, ninfe e centauri; in cielo putti alati scagliano frecce d’amore sul corteo trionfale.

A sinistra di Galatea appare Polifemo seduto accanto a un albero, che non smette di guardare concupiscente Galatea ancora innamorata del giovane Aci, barbaramente ucciso dal ciclope. Di nuovo un riferimento alle metamorfosi dell’anima simboleggiata da Galatea, che cerca di liberarsi dagli istinti violenti incarnati da Polifemo, e vola leggera come il vento sulle acque, librandosi sopra gli innaturali esseri marini».

 

Poi Quarta a p. 45, descrive il percorso dei nostri due artisti tedeschi all’interno della

Villa Chigiana, attraversando al primo piano la Sala delle Prospettive, la Stanza delle Nozze di Alessandro Magno e Rossane, nella quale il nostro autore limpidamente legge che:

«Si tratta di una metafora dell’ars regia alchemica, che trionfando sulle passioni (Bucefalo) e la fatica del combattimento contro le ombre che si annidano in noi, conduce all’incontro con il femminile, rappresentato dalla madre di Dario sconfitto, dalla moglie e dalle figlie fra le quali la bella Rossane.

Il matrimonio è ambientato, in parte, nella camera da letto di Rossane seduta sul bordo del talamo, mentre sta ricevendo da Alessandro la corona regia; sulla sinistra tre fanciulle partecipano al festeggiamento evidenziando i colori dei loro abiti: nero bianco e giallo, tonalità chiaramente allusive alle fasi della trasformazione alchemica.

Manca apparentemente il rosso, ossia la conciliazione degli opposti, ma non sfugge ai due massoni la presenza della corona con le cuspidi fiammeggianti, che suggella la rivelazione misteriosofica.

Eros, come forza vitale che porta a compimento la fusione tra soggetto e oggetto, è celebrato in ogni ambiente della Villa che da luogo di divertimento si trasforma in dimora filosofale o della Sapienza».

 

Come si vede, gli interessi esoterici di Goethe erano notevoli, e ben emersero durante il suo viaggio in Italia. Forse le cose contemplate nella Villa Chigi, i suoi giovanili interessi ermetici e alchemici, avrebbero tutti dovuto fare intuire al poeta tedesco che cosa intendesse Cagliostro nel suo Rituale egiziano per “matrimonio del Sole e della Luna”.

Ma così non fu. Infatti, proseguendo il suo “viaggio in Italia”, Goethe si sposta da Roma assieme all’amico e sodale nell’Ordine massonico, Tischbein.

Secondo quel che descrive Roberto Quarta, alle pp. 46-47, del suo libro:

«La tragica vicenda di Cagliostro, esito finale dell’odiosa persecuzione ordita dalla Corte di Francia e attuata dal suo governo, in solidale complicità col Sant’Uffizio, persecuzione finalizzata a discreditare la sua figura non solo agli occhi degli animi più semplici, ma soprattutto di quelli dei rappresentanti della cultura, impone di affrontare una vicenda non facile da comprendere per chi voglia essere, nel conoscere, realmente indipendente da autorità altrui, e si trovi di fronte due gigantesche personalità, entrambe amate, in aspro conflitto tra loro».

 

Per ogni ricercatore della verità, prima o poi si presenta, sicuramente, una prova decisiva, invero dura da affrontare.

Per taluni essa può presentarsi precocemente sul sentiero personale intrapreso, per altri più tardi, ma compare sempre, talvolta in circostanze imprevedibili e in momenti inaspettati. Si tratta, in una forma o nell’altra, della prova che può porre a noi una verità scomoda per la nostra individuale natura egoica.

La natura infingarda e vile che, silenziosamente e velenosamente, compenetra la nostra interiorità, rappresenta la natura oscura che noi non siamo, ma alla quale noi morbidamente e voluttuosamente ci identifichiamo, lasciando che essa configuri e muova la vita della nostra anima. Questa vorrebbe volentieri evitarci il confronto con una verità talmente scomoda, da agire destabilizzando un antico e scontato servaggio e rendere impossibile il continuare a chiudere spensieratamente gli occhi di fronte alla caduta della illudente maschera che prima ricopriva, nascondendocela, la menzogna che dominava nella nostra tramortita inconsapevolezza.

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