Il conte di Cagliostro non è Giuseppe Balsamo: testimonianze inedite

compendio barberi copertinaL’identificazione del conte di Cagliostro con il palermitano Giuseppe Balsamo[1] è stata il leitmotiv del testo del Compendio sulla vita e le gesta di Giuseppe Balsamo denominato conte di Cagliostro scritto nel 1791 da Mons. Giovanni Barberi dopo il processo del conte presso il Tribunale della Santa Inquisizione di Roma, il quale, per arrivare alle sue conclusioni, si è sicuramente basato sul documento del 1786 noto come Lettre Bernard[2], e sulle conseguenze che questo ebbe presso l’opinione pubblica, specialmente dopo gli articoli di Charles Thévenau de Morande[3], direttore della gazzetta bisettimanale franco-inglese le Courier de l’Europe, periodico in cui si alternavano notizie e cronache spacciate per vere a satire e pettegolezzi sulla Corte di Francia, pubblicato e diffuso a Londra poiché in Inghilterra, al contrario della Francia, vigeva la libertà di stampa. Qui, del tutto impunito, il giornalista, universalmente noto per la sua spregiudicatezza nell’informazione, tanto da essere definito dai contemporanei ”bracconiere e spia” oltre che “ricattatore dei potenti”, si permetteva di scrivere e diffondere pubblicamente qualunque tipo di falsità senza dare alcuna giustificazione o prova, essendo spinto solo dall’ambizione e dall’avidità di denaro.

Le ricerche a Palermo

Dopo lo scalpore suscitato da questa Lettera, l’Avvocato di Palermo, il barone Antonio Bivona[4], fece le sue ricerche in quella città, che si conclusero con la compilazione nel 1787 di una Memoria giustificativa, a riprova delle precedenti affermazioni.

Questa Memoria sarà poi inviata il 12 marzo 1787 al committente, la Polizia di Francia, per il tramite del Viceconsole di Francia a Napoli, Mons. de Perier, corredata di Atti notarili, e altri documenti in copia conforme all’originale, su Giuseppe Balsamo e sulle famiglie Balsamo-Bracconieri.

La stessa fu anche visionata dal poeta Wolfgang Goethe, dopo precisa richiesta al barone Bivona durante il suo soggiorno palermitano nel mese di aprile del 1787.

La vera conclusione della ricerca non fu tanto la generica attestazione, in realtà non suffragata da vere prove, che il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo erano la stessa persona, ma l’auspicio che solo una conferma diretta, fatta da chi già aveva conosciuto in varie occasioni sia il conte sia il Balsamo, avrebbe risolto il quesito.

Ciò nonostante, questo confronto diretto, che non fu l’unico della sua vita[5], tra i siciiani che conoscevano Giuseppe Balsamo con il conte di Cagliostro, venuto in Sicilia[6], avvenne proprio a Palermo nella primavera del 1774, allorquando il conte fu arrestato per la presunta truffa di sessanta once d’oro, ritenuta da lui compiuta nel 1760 nei confronti dell’orafo Marano[7].

Ebbene, in quest’occasione, non solo fu immediatamente e liberamente dimesso per quest’accusa, giacché si trattò di un caso di omonimia[8], ma non fu neanche identificato come Giuseppe Balsamo dalle personalità autorevoli di Palermo, tra cui il Marchese Alfonso Airoldi, Presidente del Tribunale, il quale aveva incontrato il Balsamo in più di un’occasione, essendo persona a lui ben nota da tempo per i reati commessi in gioventù, come ben descritto nel Compendio da Mons. Barberi, accurato relatore della vita di Giuseppe Balsamo, da lui “intenzionalmente” confuso con il conte di Cagliostro.
Inoltre, la successiva conferma che non poteva essere Giuseppe Balsamo l’imputato presso la Corte di Palermo nella primavera del 1774 viene dal fatto che quest’ultimo era da poco fuggito dal Carcere palermitano di Castellammare, dove fu imprigionato il 3 dicembre 1773 a seguito di una Sentenza esecutiva del Tribunale emanata il 20 aprile 1769 per la truffa compiuta da giovane nei confronti di don Domenico Miceli.
Fa fede la testimonianza del carceriere, il sig. Marrabino, e la lettera del 5 dicembre 1773 di don Domenico Guaetta, Castellano dell’Ufficio delle pubbliche Carceri del nuovo Edificio di questa felice e fedelissima Città di Palermo[9], in cui è scritto che:
[…] Giuseppe Balsamo di Palermo carcerato d’ordine dell’Ill.mo Presidente Marchese Airoldi […] fu mandato a cinque di questo mese nelle Carceri di Castellammare.
Di qui, poco dopo, con la complicità della moglie Lorenza Feliciani, Giuseppe fuggirà per scappare prima a Malta, e in seguito a Napoli.Pertanto, se il Balsamo fosse realmente ritornato a Palermo nella primavera del 1774 sarebbe stato subito trattenuto in prigione per i due reati: la truffa giovanile a don Domenico Miceli, passata in giudicato, e la recente evasione dal Carcere di Castellammare, lasciando così in secondo piano l’affare Marano, basato sulle accuse di quest’ultimo, ma infondato nei fatti, così come dimostrato dalla Sentenza.

Tutte queste informazioni, inedite ma di fonte sicura, si trovano nei documenti legali autenticati allegati alla Memoria Giustificativa inviata il 12 marzo 1787 dal noto barone, l’Avvocato Antonio Bivona di Palermo, al Viceconsole francese di Napoli, Mons, de Perier; trattandosi di documenti storici inoppugnabili, contemporanei alle vicende e non costruiti a posteriori, è corretto che tutti, storici, scrittori e biografi, ne prendano doverosamente atto.

Come già detto in altra occasione nel presente libro[10], è probabile che l’orafo Vincenzo Marano, veramente ingannato da Giuseppe Balsamo nel 1760, avesse a quel tempo confuso le due persone attribuendo l’episodio della truffa a Cagliostro.

Infatti, allora, quando Cagliostro in gioventù fu presente a Palermo[11], l’orafo ebbe modo di conoscerlo, e forse anche di apprezzarlo per le doti sovrannaturali, a tal punto che, incuriosito, acquistò da lui la famosa Tavola di Tolomeo, detta anche la Ruota di Tolomeo, testo di magia e divinazione di provenienza orientale di cui nessuno, salvo il giovane conte, avrebbe mai immaginato l’esistenza né sarebbe stato in grado di leggerlo e d’interpretarne il significato.

Pertanto, si possono formulare due ipotesi: o l’orafo intenzionalmente accusò del raggiro il futuro conte per non pagare le sessanta once d’oro pattuite per la Tavola, quota peraltro mai saldata, come scritto negli Atti ufficiali del Processo intentato a Cagliostro a Roma nel 1791, il quale, con proprie parole, ne dà esplicita conferma, oppure lo stesso fu ingannato dall’aspetto dei due personaggi, che avevano sempre presentato notevole somiglianza fisica tra di loro. Questo fatto non è in contrasto con la precedente versione; infatti, non avrebbe onorato il debito neanche nei confronti di Giuseppe Balsamo, vero autore della truffa.

Differenze somatiche

Tuttavia, dopo attento esame delle iconografie dell’epoca, è possibile rilevare una differenza sia nell’immagine esteriore sia nella espressione del viso.

ritratto di CagliostroAd esempio, nel busto del famoso scultore Jean Antoine Houdon[12], commissionato nel 1785 a Parigi da Francesco d’Aquino (fratello di Luigi d’Aquino, intimo amico napoletano del conte) e ora presente nella National Gallery of Art di Washington, DC, nei dipinti di Francesco Bartolozzi[13], di Jean Baptise Chapuy[14], e nell’immagine del frontespizio di una copia originale del Compendio, edizione 1791, è ritratto effettivamente il conte con lo sguardo illuminato e l’atteggiamento estatico, quasi ispirato, mentre nella stampa del frontespizio del libro di Natale Roviglio del 1791: Cagliostro, che è identica a una in precedenza divulgata in cui appare insieme alla moglie Lorenza Feliciani, nel dipinto di Jean Baptiste François Bosio[15], e nel quadro di un anonimo, spesso riprodotto in numerose pubblicazioni, sono ben evidenti le fattezze grossolane di Giuseppe Balsamo, così come descritto dai contemporanei.

Invece, il quadro attribuito a Leclère, presente nella Galleria Storica del Museo di Versailles, raffigura proprio il conte sui trent’anni, un po’ pingue, con aria sorridente ma al tempo stesso pensosa, e con gli occhi che trasmettono calma e dolcezza.

Naturalmente esistono altri ritratti del conte, tra cui l’ultimo fatto a Roma nel 1789, prima del suo arresto, dal pittore parigino, il massone della Loggia romana, la Réunion des amis sincères, Augustin Louis Belle[16], in cui il conte di Cagliostro appare con la sua espressione severa e cupa, lo sguardo fiero e fisso, quasi in atteggiamento di sfida in vista dell’imminente destino, e l’incisione di Bollinger, stampata da Schumann a Zwickau e visibile alla pagina 201 del libro di Marc Haven, Ed. italiana del 2004[17].

Tutte queste immagini sono riportate nelle Illustrazioni del presente libro.

Analoga considerazione può essere fatta anche a riguardo di Lorenza Feliciani, vera sposa di Giuseppe Balsamo, e di Serafina Feliciani, moglie del conte di Cagliostro, per le quali l’iconografia è meno generosa.

Nei due ritratti disponibili[18] sono evidenti delle sottili differenze; nell’immagine tratta dal frontespizio di Roviglio del 1791, che riproduce Lorenza Feliciani da una stampa dell’epoca, si nota assai bene:

[…] la forma troppo rotonda del viso e uno spazio troppo grande tra gli occhi,

come dice Mons. Barberi nel Compendio, oltre a un’evidente grossolanità di presenza, tipica della popolana romana del settecento assai bene descritta da Casanova nelle sue Memorie, mentre il ritratto di Serafina con il cartiglio: Saraphina Felichiani, comtesse de Cagliostro, il cui volto si presenta leggermente diverso, con un’espressione più aristocratica e un po’ malinconica, tale da suggerire una diversa persona[19], evoca sia le parole dell’Avvocato Polverit, suo difensore al Processo di Parigi del 1786, in cui era implicata insieme al marito, il conte di Cagliostro, a riguardo del famoso Affare della Collana della Regina:

[…] era di una bellezza che non è mai appartenuta ad alcuna donna […] esprime tenerezza, dolcezza, rassegnazione,

sia l’ammirazione di Clementino Vannetti, noto latinista e letterato trentino, nel 1788:

[…] la sua beltà nella giovinezza aveva oscurato quella delle altre donne,

sia le espressioni dell’abate Luca Antonio Benedetti, che la conobbe in occasione della seduta massonica di Villa Malta a Roma nella notte tra il 14 e il 15 settembre 1789:

[…] assomiglia molto al ritratto che ne ho, ed è bella, di giusta statura, di sguardo vivace.

Esiste un altro ritratto, stampato a Londra da John Boydell nel 1786, che raffigura “La comtesse de Cagliostro”; si tratta, in realtà, di Lorenza Feliciani.

L’aspetto del viso, assai grossolano e paffuto, con la forma troppo rotonda e uno spazio troppo grande tra gli occhi, rimandano proprio a quello di Lorenza, presente allora a Londra insieme ai coniugi Cagliostro[20].

Naturalmente, se per i contemporanei queste immagini erano attribuite alla stessa persona, solamente oggi, dopo aver ipotizzato, in conformità a documenti storici inediti, due identità differenti, e dopo aver, di conseguenza, sottoposto ad attenta analisi critica le testimonianze che le riguardano e il loro aspetto comportamentale e fisionomico, si possono rilevare, e apprezzare, le rispettive diverse personalità[21].

L’assoluzione a Palermo

coniugi cagliostroRitornando all’episodio dell’orafo Marano[22], Cagliostro nel 1774 a Palermo fu assolto da quest’accusa anche per merito dell’intervento del tutto disinteressato del Principe di Pietraperzia il quale, secondo le malevoli voci del tempo, essendo l’amante di Lorenza Feliciani (la vera moglie di Giuseppe Balsamo), l’avrebbe favorito proprio per questo, equivocando sulle due identità; in realtà, ne sarà sì l’amante, ma solo l’anno dopo, quando la conoscerà a Napoli. In ogni caso, nei confronti del conte aveva una stima personale che nulla aveva a che vedere con il rapporto che poi intreccerà con Lorenza.

Perché, dunque, fu assolto?

Evidentemente poiché l’identificazione del conte di Cagliostro in Giuseppe Balsamo non fu allora confermata, e le malefatte del secondo non furono così attribuite al primo.

Perché allora, a questo proposito, il Compendio non solo non ne fa cenno, ma attribuisce tutto il merito:

[…] all’impegno di un gran Signore che […] lo sottrasse al pericolo di una galera e fu restituito in libertà,

cioè al Principe di Pietraperzia, già anacronisticamente dato per amante di Lorenza, il quale trattò in malo modo l’avvocato dell’orafo Marano?

Inoltre, non esisteva forse a Napoli una Corte di Giustizia Superiore? Perché allora il Marano non vi ricorse?

A Strasburgo, nel settembre del 1780, ancora rimuginava sulla truffa, e, quando vide il conte durante il suo ingresso trionfale in quella città, lo scambiò di nuovo con il Balsamo, rivendicando sempre le sue sessanta once d’oro.

Nel Compendio si trovano spesso affermazioni date come certe e mai sottoposte a verifica; quest’episodio testimonia una volta di più l’inattendibilità storica del testo, soprattutto quando articoli pubblicati in seguito,[23] dimostrano il contrario di quanto attestato da Mons. Barberi[24]. A buon diritto, lo scrittore e biografo di Cagliostro Franco De Pascale, autore dell’Appendice e curatore del testo di Mark Haven: il Maestro Sconosciuto, Cagliostro, edizione italiana del 2004, lo definisce: “infame Compendio.”

Altre testimonianze

Comunque, esistono nella “letteratura cagliostriana” tantissime altre testimonianze che non confermano l’identità, così come sostenuta inizialmente da Mons. Barberi e poi replicata acriticamente da alcuni biografi e storici nel corso degli ultimi due secoli, tra il conte di Cagliostro e il palermitano Giuseppe Balsamo.

Ne cito una tra tutte, forse la più autorevole: la Polizia francese di Luigi XVI.

In Francia, il conte di Cagliostro fu a lungo controllato dalla Polizia; tuttavia, mai si riscontrò che avesse compiuto azioni contro la Legge[25], né fu mai identificato con altra persona che avesse commesso dei reati, a lui in seguito attribuibili[26].

Lo stesso poliziotto, di nome Jacques De Brugnières[27], che indagò anche sulle trame della contessa Jeanne de la Motte de Saint-Rèmy de Valois, organizzate insieme all’amante Antoine Rétaux de Villette in occasione dell’Affare della Collana della Regina[28], sarà incaricato di sorvegliarlo a lungo in incognito a Strasburgo nel 1780, e a Parigi nel 1781, quando il conte si recò su richiesta del Cardinale Louis René Édouard de Rohan-Guéménée[29], per curare il Principe di Soubise, suo parente[30].

Ebbene, in tutte queste occasioni non lo identificherà mai, pur avendo avuto modo di consultare gli Archivi della Polizia di Parigi, con quel Giuseppe Balsamo interrogato a Parigi il 4 gennaio 1773 dall’Ispettore Bertrand Louis Philippe Fontaine a seguito di una sua denuncia, per adulterio, verso la moglie Lorenza.

A quel tempo, la Polizia francese era assai efficiente, dotata di spie e confidenti affidabili e di un archivio-dati molto particolareggiato a seguito del valido addestramento imposto ai suoi dipendenti dal Luogotenente Generale di Polizia Antoine de Sartine, tanto da essere presa a modello dagli altri Stati Europei; per questo motivo, le conclusioni cui giunse il Commissario De Brugnières sono esenti da eventuali critiche d’incompetenza.

Le considerazioni, formulate dal conte di Cagliostro nella Lettera al Popolo Inglese, pubblicata nel mese di settembre del 1786, circa la sua fiducia nelle capacità investigative dei poliziotti francesi, si basavano proprio su questa certezza:

[…] come è possibile che la Polizia Francese non abbia cercato di verificare i rapporti esistenti, da un lato, tra i lineamenti e la fisionomia di Serafina Feliciani, prigioniera alla Bastiglia, e        quelli di Lorenza Feliciani, prigioniera a S. Pelagia, e dall’altro, tra i lineamenti e la fisionomia del conte di Cagliostro,  prigioniero alla Bastiglia nel 1785, marito di Serafina Feliciani, e quelli del Balsamo, cacciato da Parigi nel 1773, e marito di Lorenza Feliciani?

Se l’affermazione: Io non sono Balsamo! posta alla fine della Lettera, è contestabile, perché ritenuta opinione di parte, altrettanto non si può dire per una fonte più accreditata, la Polizia del Re di Francia, che si farà così garante delle sue dichiarazioni!

Pertanto, dopo aver analizzato tutte le testimonianze riportate da fonti inoppugnabili, continuare a identificare il conte di Cagliostro nel palermitano Giuseppe Balsamo è da ritenersi operazione storicamente poco difendibile.

Analoga osservazione è possibile fare anche nei confronti di Lorenza Feliciani e di Serafina Feliciani, mogli rispettivamente di Giuseppe Balsamo e del conte di Cagliostro.

In conclusione, la vita e le opere di Alessandro conte di Cagliostro sono tutte da riscoprire, e la sua vera storia, dalla nascita alla morte, con tutte le incomplete notizie riportate vuoi dai suoi contemporanei, vuoi dai successivi biografi, dovrebbe essere riscritta.[31]

 

Tommaso De Chirico


[1] Vedi anche il riferimento alla voce: Natali del conte di Cagliostro, nel presente capitolo.

[2] Vedi anche il riferimento alla voce: Lettre Bernard-Memoria Giustificativa-Goethe, nel presente capitolo. In questa voce, il tema della Identificazione è ampiamente trattato.

[3] Vedi la sua voce nel capitolo: I Personaggi, del presente volume.

[4] Vedi nel capitolo del presente libro: I Personaggi, la voce a suo nome.

[5] Infatti, anche il musico Giuseppe Ricciarelli, che aveva conosciuto in più occasioni entrambi i protagonisti, non ne confermò mai ufficialmente l’identità davanti ai Giudici del Processo di Roma del 1790.

Vedi anche, nel primo volume, il Commento al testo.

[6] Così si espresse l’Avvocato Bivona, nella lettera di presentazione al Viceconsole di Francia in Napoli, Mons. de Perier, della sua Memoria Giustificativa del 1787.

[7] In realtà, l’autore fu proprio il diciassettenne Giuseppe Balsamo.

Vedi la Biografia Cronologica del conte di Cagliostro, a proposito dell’anno 1774, e la voce: Marano, nel capitolo: I Personaggi, del presente volume.

[8] Sono le stesse parole espresse dal conte di Cagliostro durante gli interrogatori nel corso del Processo di Roma del 1790, come scritto negli Atti processuali e nel Compendio.

[9] Questa testimonianza è presente nei documenti allegati alla Memoria Giustificativa dell’Avvocato Antonio Bivona del 1787, e si trova riprodotta nel libro di Calogero Messina: Le comte de Cagliostro étati-il Jaseph Balsamo de Palerme? La réponse de l’avocat Antonio Bivona, 2004.

[10] Vedi il Commento al testo nel primo volume.

[11] Il conte, da giovane, si faceva chiamare Acharat; fu spesso ospite a Palermo del padre adottivo Pietro Balsamo, presso la sua famiglia, durante una delle soste in incognito di entrambi. Vedi il Commento al testo nel primo volume.

[12] (Versailles, 20 marzo 1741; Parigi, 15 luglio 1828).

[13] (Firenze, 25 settembre 1727; Lisbona, 7 marzo 1815).

[14] (1760; 1802).

[15] (Monaco, 1764; Parigi, 1827).

[16] (Parigi, 1757; Parigi, 12 gennaio 1841).

[17] Per la descrizione dell’aspetto fisico di Cagliostro e di Giuseppe Balsamo, vedi anche la Prefazione del primo volume.

[18] Presenti anche questi nelle Illustrazioni.

[19] Serafina appunto!

[20] Anche quest’immagine è presente nelle Illustrazioni.

[21] Per la loro descrizione particolareggiata, vedi, nel presente volume, le rispettive Biografie Cronologiche di Lorenza Feliciani e di Serafina Feliciani, e la voce: Feliciani Lorenza e Serafina, nel capitolo: I Personaggi, del presente volume.

[22] Fu probabilmente la prima persona a scambiare i due personaggi, a quel tempo adolescenti.

[23] Sono il libro di Louis Figuier del 1861 e il Dictionnaire des Sciences Occultes, voce Cagliostro, riportato nella Encyclopédie Théologique de l’Abbé Migne del 1846.

Da questi documenti sono stati tratti gli episodi riferiti all’orafo Vincenzo Marano.

[24] Vedi, anche, nel presente volume, la Biografia Cronologica del conte di Cagliostro, e la voce: Marano, nel capitolo: I Personaggi.

[25] Quando fu arrestato a Parigi il 23 agosto 1785 per l’Affare della Collana, era incensurato.

[26] Si tratta, forse, di Giuseppe Balsamo, il quale si presentò il 4 gennaio 1773 al Commissario di Polizia Louis Fontaine di Parigi per denunciare la moglie Lorenza, che lo aveva abbandonato per convivere con Mons. Du Plessis?

[27] Scritto anche des Brugnières o Desbruglières.

[28] Vedi alla voce nel capitolo: I Personaggi, del presente volume.

[29] Vedi alla voce nel capitolo: I Personaggi, del presente volume.

[30] Sarà sempre lui ad arrestarlo a Parigi il 23 agosto del 1785, al seguito del Commissario Chesnon figlio.

[31] Brano tratto dal libro di Tommaso De Chirico: Il conte di Cagliostro nel suo tempo, secondo volume della trilogia dell’autore sul conte di Cagliostro (Cagliostro. Un Nobile Viaggiatore del XVIII secolo, volume primo, e L’Inquisizione di fronte al conte di Cagliostro, volume terzo), Ed. Mnamon, Milano, 2015.

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