Il mistero delle firme del Conte di Cagliostro – 1

È il primo di tre articoli, nei quali tratto delle firme del Conte di Cagliostro. Un ginepraio, come ovunque si trova quando si vuole mettere chiarezza storica alla vicende del Conte. Giungono a volte smentite e ritrattazioni, a dimostrazione della necessità di approfondire per bene, documenti autentici alla mano.
Spero che questa mia analisi, contribuisca alla scoperta della verità.

 

La firma originale del conte di Cagliostro è presente in pochi documenti, a dispetto delle varie opere a lui attribuite, reperibili in letteratura: lettere, Memoriali, opuscoli, ecc.

Scritta in modo chiaro e netto, è così apposta per esteso nei Verbali del Processo di Parigi del 1785-1786 per L’Affare della Collana della Regina[1]: Le comte de Cagliostro[2], mentre, in modo schematico, come sigla o monogramma, si trova in una lettera inviata nel 1779 a M.me Elisabeth von der Recke e in una lettera del 2 aprile 1783 presente nell’Archivio Sarrasin di Basilea[3].

firma e monogramma

  La firma dal libro di Marc Haven

firma

La firma al processo di Parigi

Negli altri casi, invece, usava il suo sigillo, rappresentante un serpente con una mela in bocca trafitto trasversalmente da una freccia, impresso su cera verde come un timbro.

serpente con freccia

Il sigillo del Conte

Esistono, però, altri due documenti in cui la sua firma appare completa: una lettera inviata a Giuseppe Festi di Trento il 16 febbraio 1789[4], e la ricevuta in data 7 giugno 1791 di:

 […] cose ridotte in pessimo stato ed inservibili

consegnategli a San Leo[5].

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La firma a Trento

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Firma di Cagliostro “manu propria” a San Leo

Ebbene, se analizziamo la firma del conte di Cagliostro in entrambi i casi, si può facilmente notare come il tratto della grafia sia del tutto identico tra loro, e sovrapponibile a quello del verbale sopra citato del Processo del 1786.

Stante quanto detto, però, se mettiamo a confronto il carattere delle firme del 1786, del 1789 e del 1791 con quella a lui attribuita, posta alla fine della Lettera del 15 dicembre 1790, inserita come Foglio senza numero negli Atti del Ms. 245, e indirizzata all’Illustrissimo Signor Monsignore[6]  con la richiesta di supplica dal suo cliente in Castello S. Angelo, che così termina:

[…] e mi rassegno per sempre suo fidele
Umilissimo e Devotissimo Servo
il Penitenti G. B.

pur senza perizia calligrafica si può constatare una notevole differenza.

Infatti, la firma delle prime è diversa da questa del 1790.

firma

La firma in Castel Sant’Angelo

Invece, le firme che si trovano negli allegati 23 e 24, sia del Ristretto del Processo depositato presso l’ACDF sia del MS. 245 consultabile nella Biblioteca Nazionale di Roma, così apposte, rispettivamente:

[…] così è Giuseppe Balsamo mano propria (all. 23)

[…] Indegnissimo figlio Giuseppe Balsamo peccatore pentito (all. 24)

non vanno prese in considerazione perché non autografe, essendo state apposte dalla mano del Cancelliere del Tribunale che ha compilato i testi.

Pertanto, in conformità a queste caratteristiche grafologiche è possibile anticipare delle conclusioni: mentre al Processo di Parigi nell’anno 1786, a Trento il 16 febbraio 1789, e a San Leo il 7 giugno 1791, c’era proprio il conte di Cagliostro, durante il Processo a Roma, invece, e precisamente in data 15 dicembre 1790, è ipotizzabile la presenza, insieme al noto rilegato, di altra persona, vero autore della lettera del 15 dicembre 1790 e autentico, nonché originale, compilatore della firma, .

Chi poteva essere?


[1] Questi documenti sono presenti negli Archives Nationales della Capitale francese.
[2] Questa firma, insieme ad altre del conte, è visibile nelle Illustrazioni del presente volume. E’ importante, a questo proposito, far notare che, nelle moltissime pagine dei fascicoli di tutto il Processo di Parigi, il titolo di conte appare cancellato, forse da parte del Procuratore Generale, quasi con ira, con un tratto di penna preciso e marcato ogni qualvolta compare vicino al nome di Cagliostro. Vedi, a proposito, la nota alla pag. 37 del libro di Emile Campardon. Anche il Re Luigi XVI e la sua Corte, si rifiutarono sempre di rivolgersi a lui come conte, ritenendo sufficiente il nome di Alessandro di Cagliostro; infatti, non lo riconobbero mai come tale, reputando abusivo tale titolo.
[3] Vedi, in particolare, alla pagina 359 del libro di Marc Haven, nella Edizione italiana del 2004. Una vera analisi grafologica della scrittura del conte di Cagliostro, con dotte osservazioni, si trova alla pagina 103 del saggio: Processo a Cagliostro nel bicentenario della morte (1795 – 1995).
[4] Questa, che inizia con le parole: ecco l’oracolo di Delfi, e finisce con la firma Alessandro Cagliostro, è riprodotta integralmente alla pagina 58 del libro di Antonio Bortolotti del 1995: Cagliostro a San Leo. I Manoscritti inediti dell’Archivio di Stato di Pesaro.
[5] Il documento è presente nell’ASR. Il testo integrale, scritto di suo pugno, è:

Io infrascritto ho ricevuto per mezzo dell’Ill.mo Castellano Sig. Conte Semprony le sud.te cose ridotte in pessimo stato, ed inservibili, a riserva delle tre camice, Io D. Giuseppe Balsamo alias Conte di Cagliostro mano propria.

Tuttavia, quest’espressione, apposta in modo autografo nella firma, non è un’ammissione tardiva di identità, ma frutto di costrizione contro la sua volontà. Il conte di Cagliostro era ai ceppi nella Fortezza di San Leo in Montefeltro, dove fu trasferito da Roma sin dal 21 aprile 1791, mortificato nel corpo e nello spirito dopo il lungo e penoso processo romano del 1790-91, durante il quale non si può escludere che sia stato anche sottoposto alle cosiddette persuasive, cioè gli atti di forza autorizzati dal Tribunale da parte di Padre Francesco Contarini, frate Minore Conventuale, Consultore del Sant’Uffizio e Perito Teologo, per fargli ammettere le sue colpe; in pratica, la tortura. Pertanto, era impossibilitato ad opporsi a quanto le Guardie del Castellano Comandante la Rocca, il conte Sempronio Semproni, gli imponevano di accettare e sottoscrivere. Poiché, per “merito” della capillare diffusione del Compendio di Mons. Barberi, in tutto il mondo era ormai conosciuto come Giuseppe Balsamo alias conte di Cagliostro, qualunque altro tentativo di affermare il contrario, in quel contesto, sarebbe stato del tutto inutile. Per fortuna, restano a testimonianza per i posteri le numerose, e ben più importanti, prove a dimostrazione che il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo sono state due persone completamente differenti, nell’aspetto fisico, nel comportamento, nella moralità, nella cultura, nelle azioni e negli scopi di vita, prove da me accuratamente raccolte, e descritte, nella presente trilogia sul conte.
[6] Non è specificato il destinatario, però potrebbe essere Mons. Carlo Luigi Costantini, “Avvocato dei poveri”, difensore, unitamente all’Avv. Mons. Gaetano Bernardini, del conte di Cagliostro nel processo di Roma del 1790-91. Qui si fa anche riferimento, con deferenza, a una Dama, verosimilmente la consorte di Mons. Costantini il quale, vissuto dal 1739 al 1799, ebbe undici figli dalla moglie Felicita Modio.

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