Il mistero delle firme del Conte di Cagliostro – 2

È il secondo di tre articoli (qui il primo), nei quali tratto delle firme del Conte di Cagliostro. Un ginepraio, come ovunque si trova quando si vuole mettere chiarezza storica alla vicende del Conte. Giungono a volte smentite e ritrattazioni, a dimostrazione della necessità di approfondire per bene, documenti autentici alla mano.
Spero che questa mia analisi, contribuisca alla scoperta della verità.

 

firma

Firma di Cagliostro apposta su un certificato del Rito della Loggia di Adozione Massonica in Mitau intestato ad Agnes Elisabeth von Medem (1718-1784), datato 27 maggio 1779

Parliamo ora di Giuseppe Balsamo, suo alter ego.

Costui non fu proprio, come detto nel Capo I del Compendio di Mons. Barberi, una persona ignorante, analfabeta, senza cognizioni, senza scienze, privo affatto di qualunque risorsa potesse eccitare amore verso di lui, ma, pur essendo stato educato a leggere e scrivere, prima presso i frati della Carità del Seminario di S. Rocco in Caltagirone, e poi, come novizio, presso il Convento dei frati Fatebenefratelli, sempre a Caltagirone, non ebbe mai la cultura[1] del conte di Cagliostro, il quale, non solo si esprimeva assai bene in italiano[2], in francese, in spagnolo e anche in portoghese, ma conosceva a fondo anche il latino[3], l’ebraico e la lingua araba[4].

Invece, come da testimonianze di molti contemporanei, tra cui Mons. Giovanni Barberi e Giacomo Casanova, l’accento siciliano di Giuseppe Balsamo (taluni dissero anche “calabrese”) era assai evidente.

Così il Balsamo è dettagliatamente descritto nel Compendio:

[…] torvo nell’occhio, di un dialetto siciliano, che misto di qualche favella oltremontana, gli fa parlare un linguaggio presso che ebraico (?), senza veruno di quegli ornamenti, che sono comuni nel mondo galante.

Nei documenti allegati alla Memoria Giustificativa, inviata  nel mese di marzo del 1787 al Commissario Louis Philippe Fontaine dello Châtelet di Parigi dall’Avvocato Antonio Bivona di Palermo, incaricato dalla Polizia del Re Luigi XVI di trovare sul posto le prove atte a dimostrare l’identità tra il conte di Cagliostro e Giuseppe Balsamo (durante il processo di Parigi del 1786 per l’Affare della Collana della Regina si vociferava su questa ipotesi, ma non esistevano riscontri in merito), marcata con la lettera L c’è una sua lettera di discolpa, così definita dall’Avvocato Bivona:

[…] un orribile biglietto scritto di proprio pugno […] con un carattere impudente […] pieno di barbarismi e idiotismi  

indirizzata alla Corte Criminale di Palermo che l’aveva processato nel mese di aprile del 1768 per una truffa giovanile a carico di don Domenico Miceli, lettera ricevuta dal Tribunale il 10 gennaio 1769[5], in cui alla fine così si esprime:

[…] sicuro della sua bontà, e sono degno di compatimento, e li bacio le mani

il Suo Servidore Giuseppe Balsamo.

Questa firma, però, non è originale, essendo stata trascritta in una copia notarile, autenticata su richiesta dell’Avvocato Bivona, del documento il cui testo, riportato in modo (si presume) integrale, si presenta in parte sconclusionato e con numerosi errori di grammatica.

Poiché, al presente, non è disponibile alcuna testimonianza scritta con la sua vera firma, non è possibile fare un confronto con la grafia del conte di Cagliostro.

Tuttavia, se riprendiamo in considerazione il testo della Lettera senza numero del Ms. 245, precedentemente descritta, possiamo evidenziare alcune peculiarità meritevoli di riflessione.

Innanzi tutto, quasi sicuramente è stata scritta da mano diversa da colui che ha redatto gli Atti del Processo e ricopiato i documenti contenuti nel Manoscritto 245.

Poi, presenta errori di ortografia, di grammatica e di concetto che rispecchiano un lessico spontaneo e non formale, qual è quello giuridico utilizzato per simili istanze.

E’ come se il testo riproducesse una semplice generica richiesta, espressa dall’autore della lettera, farcita però d’inflessioni dialettali più adatte a un linguaggio verbale che scritto, caratteristiche queste che non appartenevano al conte, persona molto colta ed erudita, il quale, pur conoscendo molte lingue, parlava preferibilmente con un idioma d’inflessione ispanico-portoghese, bensì a persona diversa da lui, rozza, di basso livello culturale e di capacità dialettica assai semplice, quasi fosse veramente senza cognizioni e senza scienza, e parlasse con un idioma pieno di barbarismi e idiotismi.

Infine, tale documento non è presente tra quelli del Ristretto del Processo reperibili presso l’ACDF, bensì solo nel Ms. 245, fatto questo che lo fa ritenere di provenienza “esterna” e di natura “privata”.

Probabilmente, si tratta di una richiesta “riservata”, limitata cioè solo all’attenzione del destinatario e non di altri, e pertanto non attinente né alla compilazione dei cosiddetti costituti (nome con cui sono definiti gli interrogatori da parte degli avvocati e dei funzionari del Tribunale del S. Uffizio), né agli atti di accusa formulati dai Giudici inquisitori durante il Processo, né alle requisitorie dell’Accusa e della Difesa, e neppure ai documenti allegati di varia provenienza e finalità, compresa l’autorizzazione al Mons. Tesoriere Generale per il pagamento di scudi trecento cò denari della R. C. A. a Mons. Carlo Luigi Costantini in compenso dell’opera da lui prestata, concessa dalla Segreteria di Stato del Vaticano in data 29 aprile 1791.

Questo potrebbe spiegare il motivo per cui la lettera è stata allegata a parte nel Ms. 245 senza quel numero di Foglio (sono in tutto circa 800) che caratterizza gli altri catalogati nel voluminoso Fascicolo.

Sulla base di tali osservazioni, possiamo concludere che questa Lettera, rappresentando un’eccezione rispetto agli altri Fogli e documenti del Ms. 245, debba essere considerata come una testimonianza autografa, unica e originale.

E’ doveroso far presente che, analogamente al Ms. 245, tutti i fascicoli degli Atti “ufficiali” del Processo, attualmente raccolti nella Stanza Storica dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (ACDF) in Vaticano come Tomo XLVI 1791, sigla S-3-g, sono stati compilati dai funzionari del Tribunale in carattere corsivo chiaro e leggibile seguendo, sotto dettatura dei Giudici Inquisitori del Sant’Uffizio di Roma, la terminologia procedurale di rito.

In questa raccolta, però, non sono presenti documenti scritti manu propria.


[1] E le profonde conoscenze nel Mondo Spirituale e dell’Ermetismo.
[2] Senza inflessioni dialettali; pare, addirittura, secondo alcuni, con lieve accento ispanico.
[3] Specie quello liturgico. Nel suo Rito di Massoneria Egizia vi sono molte preghiere e invocazioni tratte dai Vangeli.
[4] Lingue apprese in gioventù, durante gli anni della educazione in Oriente, come descritto nei suoi Mémoires.
[5] In quel periodo Giuseppe Balsamo, con la moglie Lorenza Feliciani, sposata a Roma il 20 aprile 1768, era già nel sud della Francia, e di li a poco entrambi incontreranno ad Aix-en-Provence il cavaliere di Seingalt, Giacomo Casanova. Per questo motivo, la Corte del Tribunale di Palermo lo condannò in contumacia, essendo allora fuggitivo e latitante.

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