Il mistero delle firme del Conte di Cagliostro – 3

È l’ultimo dei tre articoli (qui il primo), nei quali tratto delle firme del Conte di Cagliostro. Un ginepraio, come ovunque si trova quando si vuole mettere chiarezza storica alla vicende del Conte. Giungono a volte smentite e ritrattazioni, a dimostrazione della necessità di approfondire per bene, documenti autentici alla mano.
Spero che questa mia analisi, contribuisca alla scoperta della verità.

Sorge una domanda: chi può essere stato l’estensore di tale Lettera? (v. parte 2).

G.B. sono le iniziali di Giuseppe Balsamo di Palermo; è forse lui il vero sottoscrittore?

Non era forse lui la persona che, rivolto ai Giudici della Corte Criminale di Palermo, concludeva così lo scritto del 1768: li bacio le mani il Suo Servidore Giuseppe Balsamo? Questa formula, pur essendo di rito per simili Atti, si presenta però sproporzionata rispetto al contesto e alla circostanza, trattandosi di lettera redatta a propria difesa con un tono non certo conciliante, anzi, a tratti decisamente sfrontato e impudente.

Poiché anche la supplica del 1790, diretta all’Illustrissimo Signor Monsignore come petizione generica scritta:

[…]  dal suo cliente in Castel S. Angelo […] a motivo di aver conservata la fede in Lei solo,

e firmata con le parole: Umilissimo e Devotissimo Servo il Penitenti G. B., evidenzia gli stessi termini di “cortesia” della precedente, espressi però in modo superlativo e troppo esagerato, vuoi rispetto al reale contenuto della richiesta (non ben chiara) vuoi nei confronti del destinatario, che potrebbe essere l’Avvocato Carlo Aloisio-Luigi Costantini, difensore del conte di Cagliostro, personalità “laica” di spirito indipendente dalla Curia romana, nonostante coprisse allora l’incarico di Fiscale della Reverenda Fabbrica di San Pietro, è possibile concludere che anche qui siamo alla presenza di una personalità eccessivamente incline alla soggezione, assai simile a quella del firmatario della missiva del 1768.    

Infatti, le due lettere presentano caratteristiche analoghe nel tono, in parte arrogante e in parte dimesso, nel lessico, sempre sconclusionato, e nel finale, sempre remissivo di fronte all’autorità.

In definitiva, entrambe sembrano essere state scritte dalla stessa mano.

veduta di roma

Tuttavia, un linguaggio sempre servile, troppo deferente verso chiunque e timorosamente ossequiente all’Autorità, in un contesto disordinato e grossolano, e con evidenti imprecisioni grammaticali insieme a note dialettali sconosciute al conte, non è mai stata una caratteristica di Cagliostro, né si trova in alcun documento o testimonianza che lo riguardi.

Quest’atteggiamento sottomesso non fu mai da lui mostrato in tutta la sua vita nei confronti di alcuno, dai massoni ai Nobili, dai Regnanti suoi contemporanei ai Giudici, sia quelli del Tribunale di Parigi del 1786 sia quelli della Santa Inquisizione di Roma durante il Processo del 1790-91, e, infine,  dalle Autorità ecclesiastiche e nobiliari papaline ai carcerieri della Fortezza di San Leo nella sua lunga detenzione, conclusasi il 26 agosto del 1795 dopo quattro anni, quattro mesi e cinque giorni d’indicibile sofferenza.

E neanche verso Mons. Luigi Costantini, con cui aveva un profondo rapporto di stima e fiducia; a lui, il conte, era solito rivolgersi in piena confidenza, con tono mai dimesso o deferente, e in modo sempre schietto e semplice, tanto da chiedere senza troppi giri di parole, per suo tramite, ai carcerieri in data 24 ottobre 1790:

[…] la mutazione del letto che produce vermi, […] un suo abito di panno peloso con camiciola a righe […] il cambio del vitto che fa compassione

cioè, cose di necessità corrente per la sua detenzione.

Anche il termine Penitenti non si addice al conte di Cagliostro; a ulteriore riprova, alla fine del suo Atto di Morte, stilato in data 28 agosto 1795 dall’Arciprete della parrocchia di San Leo Luigi Marini, così viene definito:

[…] eretico, scomunicato, impenitente.

Precedentemente, in modo ripetuto e con convinzione, l’Arciprete Marini aveva scritto nello stesso Atto di Morte:

[…] dall’anima dura e dal cuore impenitente, è morto senza aver dato segni di pentimento[1].

In tutti i suoi scritti pubblici, tra cui, soprattutto, il Memoriale difensivo al Processo di Parigi del 1786, la Lettera al Popolo Francese del 20 giugno 1786, la Lettera al Popolo Inglese del 20 settembre 1786, la querelle epistolare con il giornalista Charles Thévenau de Morande terminata il 31 ottobre dello stesso anno, e il Memoriale a­­­­­gli Stati Generali di Francia del 1789, lo stile di linguaggio è sempre chiaro, lineare, fiero e battagliero, mai umile.

Mai il conte ha accettato qualcuno fuori e al di sopra della Giustizia Divina, né mai ha riconosciuto nei Giudici del Tribunale il diritto di sostituirsi a Dio.

Così, infatti, disse un giorno al Processo di Roma:

­­

[…] fate quel che volete del mio corpo, castigatemi pure per le mie delinquenze, mi basta solo di salvare l’anima. 

[…] io indirizzo le mie preghiere solo a Dio perché credo che Dio sia venuto per redimerci, e se poi non è vero, per me è lo stesso; indirizzo le mie preghiere a Gesù Cristo come Dio.

[…] la serpe con il pomo in bocca è la mia cifra denotante la causa del Peccato Originale, per cui l’uomo ha degenerato. Il serpe fu trafitto dalla Redenzione di N.S. Gesù Cristo che dobbiamo avere sempre nel cuore e davanti agli occhi.

Infatti, egli adottò sin dai suoi primi atti pubblici questo simbolo come Sigillo personale, convinto da sempre della sincera bontà della sua Fede nella Religione e nella Spiritualità di Cristo, a ulteriore dimostrazione della sua competenza in materia e del rispetto della Liturgia cattolica, e in netto contrasto con le accuse di eresia, ateismo e disprezzo dei Princìpi della Chiesa a lui contestate dal Tribunale della Santa Inquisizione Romana nel 1790.

La presenza della Lettera senza numero solo nel Ms. 245, e non nei fascicoli del Processo depositati presso l’ACDF, inoltre, fa supporre che tale documento, di natura probabilmente autografa, “attribuito” (con tutte le riserve su accennate) alla mano del conte di Cagliostro durante la prigionia in Castel S. Angelo, però firmato come Penitenti G.B., sia stato ricuperato dal suo Avvocato difensore, Mons. Carlo Luigi Costantini, forse unico e vero destinatario dello scritto, solo per essere tramandato alla conoscenza dei posteri unitamente alla copia dei Fogli della Raccolta di scritture legali riguardanti il Processo di Giuseppe Balsamo detto Alessandro conte di Cagliostro e di P. Francesco Giuseppe da S. Maurizio Cappuccino, innanzi al Tribunale del S. Uffizio di Roma, meglio conosciuta come Manoscritto 245 Fondo Vittorio Emanuele, in suo possesso.

Questa Raccolta, con tutto il materiale a sua disposizione, fu da lui sempre gelosamente e accuratamente conservata dall’inizio del Processo sino a quando, divenuto Console della Repubblica Romana nel 1798, si adoperò per raccogliere dagli Archivi del Vaticano quant’altro poté, di questo e di altri processi, al fine di preservare alcune delicate testimonianze dalla distruzione, vuoi da parte dei giacobini francesi per furore rivoluzionario, vuoi da parte degli archivisti romani per evitare rappresaglie personali o per distruggere prove compromettenti nei riguardi dei funzionari papalini.   

Gli Atti del Ms. 245, depositati nella Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, contengono il Ristretto del Processo con 26 documenti allegati e numerose  altre ”scritture” riguardanti  i due imputati, il conte di Cagliostro, con il nome di Giuseppe Balsamo, e il frate Cappuccino Francesco Giuseppe di S. Maurizio, al secolo Giacinto Antonio Roville.

Conosciamo bene la storia di questo fascicolo “laico”, accuratamente descritta alla voce Atti processuali del capitolo Argomenti del volume secondo; il ricupero “casuale” del Manoscritto da parte dello storico ed erudito fiorentino Alessandro Ademollo nel 1881, e l’illuminato commento dei Documenti inediti del Sant’Uffizio,  che fanno riferimento allo stesso, di Arturo Reghini nella Rivista IGNIS del 1925,  sono due tappe fondamentali della letteratura cagliostrana.

Pertanto, alla luce di tutte le precedenti riflessioni, sorge il fondato dubbio che questa supplica, così come concepita e scritta, per il carattere del testo e per il tono umile, non sia vera opera del conte di Cagliostro; a chi altro, allora, potrebbe essere attribuita?

Anche questo è uno dei tanti misteri che si scoprono studiando i documenti relativi alla vita e alle vicende di Alessandro conte di Cagliostro, da troppo tempo ormai erroneamente identificato con il palermitano Giuseppe Balsamo.


[1] Vedi anche nel Commento al testo del primo volume, le parti riguardanti l’abiura e l’impenitenza, e, nel secondo volume, nel capitolo Argomenti, la voce: Abiura del conte di Cagliostro: vera o falsa?

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