La collana della Regina – 3a puntata – Destino dei personaggi minori

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Jacques Claude conte di Beugnot[2], nobile, avvocato e persona influente nei salotti di Parigi, fu intimo amico e confidente di Jeanne de Saint-Rémy de la Motte-Valois[3], a tal punto che cercò sempre di giustificarla e di difenderla, anche dalle accuse durante il Processo del 1786.

Pubblicò delle Mémoires nelle quali riferisce, e descrive con interessanti commenti, quanto osservò nel lungo periodo che va dal Regno di Luigi XVI alla Rivoluzione Francese, e dall’Impero fino alla Restaurazione.

Fu anche un importante uomo politico sia durante la Rivoluzione sia, soprattutto, sotto l’Impero di Napoleone I il quale lo nominò Ministro delle Finanze.

Durante la Restaurazione ebbe un’ulteriore brillante carriera pubblica, tanto da essere nominato dal nuovo Re Luigi XVIII Direttore Generale della Polizia e Ministro della Marina.

Non ebbe mai molta simpatia per Cagliostro, probabilmente condizionato dall’opinione che ne aveva la contessa Jeanne de la Motte-Valois.

 

Marie Nicolas d’Esigny era una giovane prostituta che si concedeva con generosità nei giardini del Palazzo Reale di Parigi.

Fu avvicinata nel mese di luglio 1784 dal conte Antoine Nicolas de la Motte poiché, data la sua straordinaria somiglianza con la Regina Maria Antonietta, rispondeva assai bene alla trama che la moglie, la contessa Jeanne de la Motte-Valois, stava ordendo con la complicità dell’amante, Marc Antoine Rétaux de Villette, ai danni della Regina Maria Antonietta e del Cardinale Principe di Rohan.

Si trattava, infatti, di costringere quest’ultimo ad acquistare, a nome della Regina[4], una favolosa collana di gioielli del valore di 1.600.000 luigi d’oro al fine di rientrare nei suoi favori, perché, nonostante gli illustri titoli, per vecchi rancori risalenti al periodo in cui era a Vienna con l’incarico di Ministro degli Esteri del Re Luigi XV di Francia presso la Corte dell’Imperatrice Maria Teresa d’Asburgo, il Cardinale non era mai stato ammesso alla Corte di Versailles.

A ciò va anche aggiunto che lo stesso aveva altri ottimi motivi per entrare nell’Affaire, poiché nutriva un particolare affetto nei confronti della Regina e non tollerava la sua indifferenza; pertanto, era la persona giusta per le trame della contessa.

Inoltre, era pure ricchissimo, possedeva molte proprietà, e la sua Famiglia di origine[5] era molto influente presso la Corte, tanto a Parigi quanto in Francia; difficilmente sarebbe stato insolvente, e, in ogni caso, si sarebbe assunto tutto l’onere del pagamento, proprio per evitare uno scandalo.

Alla ragazza fu data una semplice mansione: con il nome di baronessa d’Olivas[6], vestita in modo da assomigliare alla Regina[7], di notte, in un angolo appartato dei giardini di Versailles, avrebbe dovuto consegnare a un gran Signore[8] un biglietto e una rosa.

Per questa semplice operazione, cui la ragazza aderì rapidamente e con semplicità, non tanto per avidità quanto per ambizione mista a una dose d’ingenuità tipica dell’età, le fu promesso un compenso di 15.000 luigi d’oro.

Il fatidico incontro avvenne la notte dell’11 agosto 1784 nel boschetto detto di Venere nel parco della Reggia di Versailles; questo fu l’inizio dell’inganno e, purtroppo, di tutta quella triste faccenda che, d’allora, prenderà il nome di Affaire di Collier de la Reine[9].

Anche lei sarà imprigionata e processata, insieme agli altri imputati, ma fu trattata con riserbo perché era incinta; infatti, partorì alla Bastiglia e, quando fu convocata dai Giudici del Parlamento la sera del 31 maggio 1786, il suo interrogatorio fu sospeso perché doveva allattare.

Così disse la Corte:

       […] la Legge s’inchina alla Natura.

Fu assolta fuori corte, cioè con formula dubitativa poiché:

       […] pur essendo innocente, è stato ritenuto giusto che le fosse imposto quest’onta per il delitto meramente materiale da lei commesso sostituendosi alla persona della Regina     nell’attuazione di una truffa.

Tuttavia ebbe un suo non piccolo tornaconto; non ricevette mai quanto promesso dalla contessa de la Motte-Valois per l’incontro a Versailles, ma Cagliostro, data la sua generosità – così si disse – le fece avere settecento scudi.

D’allora, di lei non si saprà più nulla.

 

Marc Antoine Rétaux de Villette scomparve dalle cronache del tempo, e anche di lui si perderà ogni traccia.

Condannato all’esilio e alla confisca dei beni, fuggì in Italia dove morirà povero, probabilmente nel 1797.

 

Invece, il conte Antoine Nicolas de la Motte[10], tranquillo a Londra, non solo non patì nessuna pena[11] ma, oltre a godersi il beneficio della vendita dei pochi diamanti rimasti in suo possesso, poté usufruire fino alla morte, avvenuta nel 1831, di una pensione di 150 franchi assegnatagli dal Re Luigi XVIII.

A quale titolo, non si è mai saputo[12].


[1] Per il loro ruolo durante l’Affaire du Collier, vedi anche la parte seconda del primo volume.

[2] (Bar-sur-Aube, 25 giugno 1761; Bagneux, 24 luglio 1835).

[3] Vedi alla voce: Contessa de la Motte-Valois, nel presente capitolo.

[4] Con un congruo anticipo da parte sua, oltre a un contributo personale in denaro a favore di Jeann de la Motte; inoltre, il Cardinale doveva anche fare da tramite con i gioiellieri Boëhmer e Bassange.

[5] I Rohan, i Guéménée, i Soubise e i Montbazon.

[6] Anagramma della parola Valois.

[7] Vedi nelle Illustrazioni del primo volume l’abito della Regina chemise en gaulle da lei imitato.

[8] Era il Cardinale di Rhoan.

[9] Vedi la Parte seconda del primo volume.

[10] (1755; 1831).

[11] Fu condannato, in contumacia, alla deportazione come galeotto sulle navi del Re e a essere marchiato con la lettera GAL; ebbe anche lui la confisca dei beni.

[12] Per quanta riguarda il destino della moglie, la contessa Jeanne de Saint-Rémy de la Motte Valois, vedi la sua voce in questo capitolo.

Abstracs dal libro di Tommaso De Chirico: Il conte di Cagliostro nel suo tempo, 2° volume della trilogia sul conte di Cagliostro, Ed. Mnamon, Milano, 2014

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