La collana della Regina – 10a puntata – Lettere alla moglie

Le lettere di Cagliostro alla moglie Serafina Feliciani dalla Bastiglia 

 

medaglione con donna

Serafina, Contessa di Cagliostro

Dopo l’arresto del 23 agosto 1785, il conte di Cagliostro e la moglie Serafina furono condotti separatamente alla Prigione della Bastiglia; al primo, dopo le sue pressanti richieste, il Governatore marchese de Launay rispose sempre, spergiurando, che la moglie era rimasta a casa, e che stava bene[1].

In realtà, lei era in una cella non molto distante dalla sua, e aveva anche accusato alcuni malori.

Al conte non fu permesso di comunicare con nessuno, a parte il Difensore, il giovane Avvocato Jean Charles Thilorier; questo fatto, unitamente alla mancanza di notizie dirette di Serafina, e poiché aveva anche appreso che il suo appartamento in via S. Claude n. 30 era stato messo a soqquadro e saccheggiato di tutto, gli indusse un profondo stato di prostrazione morale.

Il Maggiore Aggiunto, Mons. Delorme, in accordo con il Luogotenente di Polizia Thiroux de Crosne, temendo gesti disperati da parte sua, decise di fargli avere un compagno in cella con lo scopo non solo di rincuorarlo, ma soprattutto di sorvegliarlo da vicino.

Già dal 29 agosto 1785, gli era stato affiancato il sottufficiale Dory, che sarà sostituito dal mese di ottobre, e per tutti i mesi successivi prima della Sentenza del 31 maggio 1786, dal collega Châtel.

Convinto, così, della presenza della moglie a casa, il conte le scrisse alcune lettere a quell’indirizzo.

Non avendo avuto nessuna risposta, alla richiesta d’informazioni alle guardie e al Governatore, gli fu finalmente, ma tardivamente, comunicato che anche lei era prigioniera, ed era malata.

A quel punto, il conte, tanto insistette con i suoi avvocati[2] che Serafina fu definitivamente liberata il 26 marzo, poiché si dimostrò che era del tutto innocente, e che non c’entrava per nulla nell’Affaire du Collier[3].

Cagliostro, nel frattempo, e in attesa di notizie, le aveva inviato all’indirizzo di via S. Claude tre lettere[4]:

la prima, il 14 novembre 1785, in cui inizia con le parole:

Cara Sarafina e sposa amata;

 

la seconda, il 28 dicembre 1785 in cui afferma:

[…] Cara Sarafina, te l’ho già detto e ti ripeto, so e conosco      molto bene le        tue pene;

 

e, infine, l’ultima, il 17 gennaio 1786, in cui, oltre a rassicurarla, le comunicava il suo tenero amore, così concludendo:

[…] il tuo sposo sfortunato che ti ama più di sé stesso [...] che        muore adorandoti.

 

Belle e commoventi parole!

Con questo tono gentile era solito rivolgersi alla vera moglie, Serafina, qui chiamata Sarafina; altre erano, invece, le sue espressioni nei confronti di Lorenza, così come ben evidenziato in occasione del Processo di Roma e nelle Lettere da San Leo[5].

In ogni caso, alla Bastiglia la contessa non era sola; le fu affiancata, per farle compagnia, la domestica di casa, Françoise, ed entrambe ebbero un trattamento di riguardo.

Tuttavia, questa decisione non rappresentava un inaspettato atto di cortesia del Governatore della Bastiglia, ma era motivata dalla necessità di non avere presente nessuno nella casa di S. Claude (nell’immagine d’epoca)[6].

La casa di Cagliostro

Questa, una volta rimasta vuota, a seguito di lunghe e accurate perquisizioni fu letteralmente devastata e depredata di tutto, mobili compresi, tanto che alla fine, non essendo stati apposti i sigilli, molti documenti e manoscritti rari, tutti i gioielli e il denaro rimasto dopo l’arresto, scomparvero[7].

Per questa manchevolezza Cagliostro denuncerà, dopo il Processo, il Commissario Marie Joseph Chesnon figlio, Avvocato del Parlamento, Consigliere del Re e Commissario allo Châtelet di Parigi, autore dell’arresto suo e di Serafina, e il Governatore della Bastiglia, il marchese Bernard René Jordan de Launay, chiedendo loro un giusto indennizzo come risarcimento che il conte, per un principio di giustizia e di equità, non reclamava per sé e per la moglie a causa dell’ingiusta detenzione e per il furto subìto, ma che avrebbe in seguito devoluto alle sfortunate vittime della prigione per ripagarle dei danni fisici e morali patiti in quell’occasione.

Come disse il conte nella Lettera al Popolo Francese del 20 giugno 1786:

[…] nessuno dovrà più sentirsi privato della propria libertà da una semplice lettera del Re.
 


[1] Per lo stesso tema, vedi anche alla voce: Bastiglia nel capitolo: Argomenti, del presente volume.

[2] Il suo Collegio di Difesa, oltre all’avvocato Jean Charles Thilorier, era composto anche dall’avvocato Lacroix de Francville e da Ms. de Bousquillon con il sostegno esterno di Jean Jacques Duval d’Eprémesnil, massone, amico di Cagliostro, avvocato e Consigliere del Parlamento di Parigi. Fu lui a consigliargli il giovane avvocato J. C. Thilorier, e fu una scelta decisamente felice.

[3] Vedi la voce nel capitolo: Argomenti, del presente volume.

[4] Il testo di queste lettere si trova dalla pagina 487 del libro di Marc Haven nella Edizione italiana del 2004; gli originali sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Parigi, con la sigla Mss. 12517 e 22899: Note rélative à la maladie de la comtesse de Cagliostro à la Bastille.

[5] Opera ritenuta apocrifa da alcuni storici, fu sicuramente scritta dal conte dopo la sua fuga dalla Fortezza di San Leo. Vedi anche la voce: Lettere del conte di Cagliostro scritte da San Leo, nel capitolo Argomenti del presente volume.

[6] Vedi la voce: Casa di Parigi, nel capitolo Argomenti del presente volume.

[7] In quest’occasione, inoltre, nulla fu trovato dalla Polizia che fosse di proprietà, o che alludesse alla persona di Giuseppe Balsamo, oppure, addirittura, che confermasse la sua presenza in quella casa.

 

Abstracs dal libro di Tommaso De Chirico: il conte di Cagliostro nel suo tempo, 2° volume della trilogia sul conte di Cagliostro, Ed. Mnamon, Milano, 2014

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