L'”affaire” della collana della Regina: il destino dei protagonisti

Grande scalpore fece a suo tempo questa vicenda; molti Storici e Memorialisti hanno dedicato saggi e libri all’Affaire du Collier de la Reine, poiché l’Affaire, secondo taluni, fu il vero inizio della Rivoluzione francese.

A lungo dimenticata, la sua cronaca fu riesumata dalla penna del romanziere Alexander Dumas padre, nel suo libro del 1850: La collana della Regina.

Una nuova versione sulla storia di questa collana, e sul ruolo avuto nell’Affaire du Collier da Maria Antonietta, viene dalle Memorie,inizialmente pubblicate nel 1824 ma recentemente ristampate, di Marie Jeanne Rose Bertin, Modista di Corte della Regina.

Maria Antonietta

Maria Antonietta

Diverso e controverso fu il ruolo dei vari protagonisti, tra cui il conte di Cagliostro, e assai diverso sarà il loro destino.

Quale sorte ebbe il preziosissimo oggetto dell’Affaire, del valore di 1.600.000 luigi d’oro?

La collana scomparve letteralmente; dopo essere stata consegna di persona dal Cardinale de Rohan alla contessa Jeanne de La Motte-Valois e all’amante Marc Antoine Rétaux de Villette, fu da costoro malamente scheggiata in tanti frammenti al punto da svalutarne il valore reale, e quanto rimase d’intatto fu poi spedito al marito, il conte Antoine Nicolas de La Motte, allora presente a Londra, per la vendita. Pochi pezzi gli diedero un guadagno inferiore al previsto, mentre degli altri resti si perse ogni traccia.

Nessuno se ne giovò ulteriormente: il gioielliere Charles Auguste Boëhmer, che l’aveva costruita pezzo dopo pezzo per venderla prima alla contessa Du Barry, amante del Re luigi XV, e poi alla regina Maria Antonietta, morirà povero il 18 settembre 1794; il socio Paul Bassenge, il quale gli sopravvisse fino al 1812, fu un po’ più fortunato poiché mantenne fino all’ultimo momento un modesto tenore di vita. Entrambi, comunque, non ebbero mai i luigi d’oro pattuiti e promessi loro dal Cardinale di Rohan.

Marc Antoine Rétaux de Villette scomparve dalle cronache del tempo, e anche di lui si perderà ogni traccia. Condannato all’esilio e alla confisca dei beni, fuggì in Italia dove morirà povero, probabilmente nel 1797.

Il conte Antoine Nicolas de La Motte, tranquillo a Londra, non solo non patì nessuna pena ma, oltre a godersi il beneficio della vendita dei pochi diamanti rimasti in suo possesso, poté usufruire fino alla morte, avvenuta nel 1831, di una pensione di 150 franchi assegnatagli dal Re Luigi XVIII. A quale titolo, non si è mai saputo.

lamotte

Jeanne de la Motte

Il destino della moglie, la sedicente contessa Jeanne de Saint-Rémy de La Motte-Valois, discendente, per parte di padre, di un figlio illegittimo di Enrico II di Valois, Dinastia allora regnante in Francia, fu alquanto singolare e, per taluni versi, inedito. Incarcerata alla Salpêtrière dopo la sentenza del 31 maggio 1786, esattamente un anno dopo, e cioè il 5 giugno 1787, fuggirà, con la complicità di alcuni nobili, a Londra dove raggiunse il marito. Qui la cronaca riferisce che morì, forse per un incidente, il 23 agosto 1791; in realtà, lo scrittore Gaston Lenôtre nel 1953 scoprì che era morta un in Crimea, con il nome di Madame de Gachet, nella primavera del 1826.

Marie Nicolas d’Esigny era una giovane prostituta che si concedeva con generosità nei giardini del Palazzo Reale di Parigi.

Fu avvicinata nel mese di luglio 1784 dal conte de La Motte poiché, data la sua straordinaria somiglianza con la Regina Maria Antonietta, rispondeva assai bene alla trama che la moglie, la contessa Jeanne de La Motte, stava ordendo con la complicità dell’amante, Marc Antoine Rétaux de Villette, ai danni della Regina Maria Antonietta e del Cardinale Principe di Rohan.

Alla ragazza fu data una semplice mansione: con il nome di baronessa d’Olivas, anagramma della parola Valois, vestita in modo da assomigliare alla Regina, di notte, in un angolo appartato dei giardini di Versailles, avrebbe dovuto consegnare a un gran Signore, che era il Cardinale di Rohan, un biglietto e una rosa.

Per questa semplice operazione, cui la ragazza aderì rapidamente e con semplicità, non tanto per avidità quanto per ambizione mista a una dose d’ingenuità tipica dell’età, le fu promesso un compenso di 15.000 luigi d’oro.

Il fatidico incontro avvenne la notte dell’11 agosto 1784; questo fu l’inizio dell’inganno e, purtroppo, della triste faccenda che, d’allora, prenderà il nome di Affaire di Collier de la Reine.

Anche lei sarà imprigionata e processata, insieme agli altri imputati, ma fu trattata con riserbo perché era incinta; infatti, partorì alla Bastiglia e, quando fu convocata dai Giudici del Parlamento la sera del 31 maggio 1786, il suo interrogatorio fu sospeso perché doveva allattare.

Tuttavia ebbe un suo non piccolo tornaconto; non ricevette mai quanto promesso dalla contessa de La Motte per l’incontro a Versailles, ma il conte di Cagliostro, data la sua generosità, le fece avere settecento scudi. D’allora, di lei non si saprà più nulla.

Le successive vicende del conte di Cagliostro, invece, sono assai note; assolto con formula piena dal Tribunale di Parigi, fu liberato dalla Bastiglia la sera del 31 maggio 1786, però pochi giorni dopo esiliato dalla Francia per ordine del Re luigi XVI. Vendetta postuma della Famiglia Reale, oppure fu malamente consigliato dal Ministro degli Interni, il barone de Breteuil? Sicuramente non si era ancora reso conto che il prestigio della Monarchia era in grave pericolo e che, con questa decisione, nel tentativo di imporre quell’autorità che la Corona di Francia stava perdendo, si rendeva sempre più impopolare. Lasciamo il giudizio alla Storia. Tuttavia, a questo punto, anche la sorte del conte di Cagliostro sarà segnata. Dopo essere stato coinvolto suo malgrado nell’Affaire, ingiustamente accusato di reati o colpe non sue, vagherà esule, senza più i fedeli allievi e gli amici massoni francesi, da Londra in Svizzera e a Trento, per finire poi nelle fauci dell’Inquisizione Romana.

Anche questa, che è un’altra storia tutta da raccontare, assumerà degli aspetti del tutto inediti. La denuncia di Lorenza Feliciani, il successivo Processo a Roma, identificato nel personaggio di Giuseppe Balsamo, e la detenzione in San Leo fino alla morte avvenuta, presumibilmente in libertà, nel 1795, si presentano come temi meritevoli di approfondite analisi, alle quali seguiranno delle conclusioni altrettanto sorprendenti.

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