Semmelweis: una storia vera

uomo coi baffi

Il dottor Ignazio Filippo Semmelweis e “l’eresia” in Medicina

 

Ho sempre amato la Storia[1], perché, condividendo il pensiero di Giambattista Vico, ritengo che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole.

Infatti, la Storia, che è Maestra di Vita[2], ci racconta la verità in modo reale, affinché l’uomo apprenda a non ricadere negli stessi errori.

 

Personalmente, valuto insufficiente la preparazione degli studenti nella Scuola dell’obbligo allo studio dei temi storici, e scarso l’interesse mostrato dai saggisti e dai mass media, perché la società, velocemente più protesa al futuro che al passato, tende a dare sempre meno importanza ad argomenti non più attuali; purtroppo, se è vero che il livello di civiltà di un popolo, in ogni spazio e in ogni tempo, è proporzionale al grado d’istruzione dei suoi singoli membri, la progressiva perdita del patrimonio di conoscenze acquisite in tanti secoli dall’umanità, non potrà che indurre un processo involutivo irreversibile della cultura generale nelle prossime generazioni.

Spesso, infatti, nei programmi televisivi d’intrattenimento si nota una scarsa erudizione nei giovani rispetto ai più anziani, frutto di un apprendimento scolastico insufficiente e superficiale, troppo stimolato dalla tecnologia degli attuali mezzi d’informazione, ma, soprattutto, scarsamente incoraggiato da chi ha la responsabilità educativa della loro formazione didattica.

 

Come nella Storia, dove la dialettica è spesso vivace su disparati temi, anche nel campo della Medicina a volte si discute sulla validità di alcuni metodi di diagnosi e cura differenti da quelli abituali, perché fondati su alcuni principi ritenuti, vuoi per mancato approfondimento vuoi per rifiuto a priori degli stessi, “non corretti”.

Tuttavia, è troppo semplice definire “non corretto”, se non addirittura “eretico”, un approccio innovativo, solo perché questo non corrisponde alle nozioni e ai canoni tradizionali del momento.

 

Occorre ricordare che la Medicina, pur avvalendosi di nozioni scientifiche, di per sé non è una scienza esatta, sia perché la più perfetta funzione biochimica di un gruppo di cellule non basta per definire il complessivo comportamento di un organismo umano, sia perché ciascun individuo nasce, cresce, pensa e opera in modo assai diverso dagli altri.

La Medicina è, fondamentalmente, “conoscenza dell’uomo”, cioè di quell’essere vivente in perenne divenire, al quale la Scintilla Divina diede un’impronta identificativa e un destino del tutto personali; in quest’ambito non possono esistere certezze ma solo dubbi, perché la natura umana non è soggetta a schemi, e perché criteri di giudizio troppo rigidi di sicuro non giovano all’evoluzione del sapere.

In definitiva, siamo veramente sicuri che “l’eresia” di oggi non diventerà il “dogma” di domani?

Infatti, a volte succede che, alla luce delle nuove scoperte scientifiche, alcuni giudizi, posti frettolosamente all’inizio, vengono in seguito ritrattati[3].

Nella Storia della Medicina si trovano degli illustri esempi che evidenziano come i sostenitori del pensiero dominante, basato sulle dottrine di quel tempo, e codificato dalle Istituzioni allora vigenti, nell’incapacità di analizzare alcuni fatti, a volte reagiscono con prepotenza e con un ingiustificato accanimento contro chi propone nuovi approcci, che potremmo così definire “eretici”, evidenziando, con la propria difficoltà di adeguamento alla realtà, un ostinato rifiuto al dialogo[4].

 

A questo proposito, voglio narrare le vicende occorse al dottor Ignác Fülöp Semmelweis, nato a Buda, poi diventata Budapest una volta unificatasi nel 1873 con la città di Pest posta dall’altra parte del Danubio, l’1 luglio del 1818, e morto a Döbling, nei pressi di Vienna, il 13 agosto dell’anno 1865[5].

Pochi, anche tra i medici, sanno che fu lo scopritore delle cause della malattia detta “febbre puerperale”[6], che tante vittime fece nel passato tra le partorienti, e che fu il primo a introdurre validi metodi preventivi, in era pre-antibiotica, per impedirne la diffusione e la mortalità, fino allora elevatissima.

 

La nostra storia inizia il giorno di martedì 27 febbraio del 1846, quando il giovane dottor Semmelweis, laureatosi in Medicina nel 1844 presso la Scuola Medica Viennese con una tesi sulla “Vita delle piante”, e specializzatosi due anni dopo in Chirurgia e Ostetricia, appena diventato assistente del primario, il dottor Joann Klein, della prima Divisione della Clinica Ostetrica dell’Ospedale Generale di Vienna, l’Allgemeines Ktankenhaus der Stadt Wien, inaugurata dall’Imperatore Giuseppe I nel 1784, e a quel tempo dotata di circa 1600 letti, si accorge che la mortalità delle partorienti del suo reparto, assai elevata, coincideva con la presenza, diventata obbligatoria dal 1823[7], degli assistenti cui veniva imposto dal Primario di eseguire le autopsie[8] prima di visitare le pazienti; invece, nel secondo reparto, fondato sempre dal dottor Klein nel 1834, ma gestito allora dal dottor Barch, adibito unicamente a Scuola per le ostetriche[9], la mortalità era bassissima.[10]

grafico statisticheTanto per citare delle statistiche, tra il 1841 e il 1846, mentre nella 1° Clinica ci furono 2.000 decessi su 20.000 ricoveri (il 10%), nella 2° solo 700 morti su un numero analogo (il 3,4%). Differenza non da poco, né altrimenti giustificata, se non dalla presenza di un muro, neanche tanto imponente, che separava le due Cliniche.

Mise in relazione i due fatti (autopsia sui cadaveri e visita diretta sulle puerpere) senza dare, al momento[11], una valida spiegazione.

Sennonché, dopo la morte del collega e amico Jacob Kolletschka, di anni quarantatre, avvenuta proprio a causa di un’infezione a seguito di un’autopsia praticata su una neo mamma deceduta da poco in Clinica, in cui rilevò le stesse lesioni purulente riscontrate nella donna, pensò che non si trattava di mera coincidenza, e che i due fatti potevano essere correlati tra loro.

 

A quel tempo non esisteva il concetto d’infezione batterica, né erano noti i germi responsabili delle malattie; si pensava a fluidi ristagnanti nell’intestino e nell’utero, a gas venefici prodotti dall’organismo a seguito di processi di putrefazione, addirittura al latte della puerpera (assai simile al pus) che prende “altre direzioni”, oppure a una vaga teoria miasmatico–tellurica-cosmico-igrometrica, se non addirittura alla mancata espulsione della placenta, oppure all’autosuggestione dovuta a fatto che il rumore della campanella dei preti che passavano per dare l’estrema unzione alle decedute poteva indurre il timore della morte imminente nelle pazienti, e, di conseguenza, causarla in loro; inoltre, alla gastrite e alla stitichezza (per cui si abbondava negli emetici e nei purganti), o anche all’involontaria risposta all’offesa al pudore procurata dagli studenti (tutti maschi) che dovevano visitare le partorienti.

Nulla di più falso!

Considerando le precedenti ipotesi, la sua, frutto di felice intuizione, fu la migliore.

 
Infatti, il dottor Semmelweis, ritenendo che la causa della malattia fosse imputabile solo alla mancanza d’igiene[12], decise di imporre a tutti, medici, studenti, assistenti e levatrici, di lavarsi le mani con cloruro di calce[13], dopo ogni dissezione e prima di ogni visita diretta[14].

Così, nel mese di maggio del 1847 la mortalità nella 1° Clinica fu del 12,2%, e nei successivi sette mesi scese subito al 3%[15].

Un ottimo risultato, che però non piacque al Primario, il dottor Klein, il quale, vuoi per invidia vuoi per ripicca, ma, sicuramente, con irrazionale pregiudizio misto a cieca ignoranza, lo sconfessò, contestandolo con tutti i mezzi possibili. Raggiunse così il suo obiettivo, nonostante l’appoggio incondizionato e la sincera fiducia mostrata nei confronti del dottor Semmelweis da illustri personalità mediche contemporanee: Karl von Rokitansky, anatomopatologo di fama internazionale dell’Università di Vienna, Joseph Skoda, grande clinico della Scuola Medica Viennese, e Ferdinand von Hebra, celebre dermatologo.

 

Il Primario prima lo osteggiò e poi, nonostante fosse stato pubblicato nel dicembre del 1847 nella Zeitschrift della Gesellschaft der Artze zu Wien, a cura dello stesso dottor Hebra, il suo articolo: Esperienze cliniche della massima importanza sull’etiologia della febbre puerperale epidemica nelle maternità, in cui era esposta tutta la teoria, articolo che peraltro suscitò notevole interesse nella Classe medica, il 20 marzo 1849 non gli rinnovò il contatto nella Clinica.

Pertanto, il dottor Semmelweis fu, non solo screditato, ma anche licenziato.

Perse il lavoro e, immeritatamente, anche la stima di tutti i dipendenti della Clinica: studenti, assistenti e ostetriche.

Pur non esistendo allora gli Ordini professionali, ma solo Società mediche istituite per difendere i colleghi accusati di malpractice oppure per giudicare la correttezza del loro comportamento, queste non intervennero a suo favore, ritenendo la decisione del professor Klein corretta e inappellabile[16]; pertanto, si confermò la rimozione del dottor Semmelweis dall’incarico, con conseguente impossibilità ad assumerne altri pubblici, almeno a Vienna.

 

A questo punto, il dottor Semmelweiss, deluso e amareggiato, abbandona Vienna e ritorna nella sua città natale, Pest, dove accetta un modesto ruolo come assistente presso la Divisione di Ostetricia del locale Ospedale di San Rocco.

Qui, prosegue il lavoro, riaffermando le sue idee sulla genesi e sulla profilassi della febbre puerperale, ma gli eventi storici non gli sono favorevoli; nel 1848, infatti, ci sono i moti rivoluzionari in tutta l’Europa, che non risparmiano Budapest, città dove, il 12 settembre, Lajos Kossuth, proclamato dal popolo in rivolta protettore della Nazione Magiara, decreta la scissione dell’Ungheria dall’Austria[17].

Il dottor Semmelweis, mal sopportato in Austria perché di lingua e cultura diversa, crede che sia finalmente giunto il momento in cui, nella sua vera Patria, possa esprimere al meglio le sue opinioni senza essere boicottato o malvisto, ma ancora una volta si sbagliava; anche in Ungheria, a Pest, le cose non cambiano.

 

frontespizioNel 1861 pubblica, presso l’Editore Hartleben[18], il libro: Etiologia, concetti e profilassi della febbre puerperale, nel quale sono dettagliatamente esposti i motivi, i principi e i risultati della ricerca, alla luce delle sue esperienze ospedaliere, il tutto documentato con accurate statistiche.

Quest’opera, assai moderna nell’esposizione e assai logica nelle conclusioni, avrebbe meritato maggior considerazione e diffusione.

Lo faranno i posteri, i quali ne riscatteranno sia l’immagine sia l’importanza del suo studio, iniziando dal dottor Georges Fernand Isidor Widal[19], il quale nel 1889, dunque già in epoca pasteuriana, così scrisse[20]:

 

[…] Il dottor Semmelweis ha indicato sin dal primo momento quali mezzi profilattici si devono adottare contro l’infezione puerperale, con una tale precisione che l’antisepsi moderna non ha avuto nulla da aggiungere alle regole che egli aveva prescritte.

 

Tuttavia, nulla a quel tempo avvenne, anzi, d’allora aumentarono i dissensi e le critiche.

 

Così dicevano coloro, cui il dottor Semmelweis si rivolse con le sue “lettere aperte”:

 

[…] Non sono le sale parto che bisogna chiudere per far cessare i disastri che si deplorano, ma sono gli ostetrici che conviene far uscire.

 

L’insuccesso del libro, la mancata risposta dei Clinici e dei Cattedratici d’Europa alle sue richieste, l’incomprensione del pubblico, lo scherno dei colleghi, la gelosia e l’invidia della Classe medica, e, soprattutto, l’aver constatato che le morti in corsia si avvicendavano come prima, e che i suoi suggerimenti, frutto di tanti anni di pratica clinica, non erano ancora tenuti in nessun conto, minano la sua salute fisica ma, soprattutto, quella mentale.

Né il matrimonio nel 1857 con una bella ragazza di 18 anni, Mária Weidenhoffer, né l’incarico, l’anno successivo, di Primario presso la Clinica Ostetrica dell’Ospedale S. Rocco in Pest (cinque stanze con 26 letti in tutto, al secondo piano della Facoltà di Medicina), colmeranno l’insoddisfazione e la delusione per l’incomprensione dei medici, pur essendo sempre più che mai convinto della sua tesi.

 

Morirà ancora giovane, ma precocemente invecchiato, all’età di quarantasette anni, il 13 agosto del 1865, in un Ospedale per malattie mentali, a causa della stessa infezione che tanto aveva cercato di evitare, contratta occasionalmente nel corso di un’autopsia.

Le percosse durante la degenza da parte del personale dell’Istituto, il manicomio viennese Niederösterreichische Heil-und Pflegeanstald, in cui fu portato invece che nell’Ospedale in cui lavorava a Pest, fecero il resto.

L’autopsia fu eseguita nella stessa sala anatomica dell’Allgemeines Krankenhaus di Vienna in cui, nel passato, aveva portato a termine migliaia di dissezioni.

 

Per molti anni le sue intuizioni furono ignorate; solo nel 1879 Louis Pasteur dimostrerà, con la scoperta della microbiologia e dei batteri come causa di malattie, che aveva ragione.

 

Il professor Ferdinad von Hebra scrisse il suo epitaffio:

 

Quando si farà la storia degli errori umani, difficilmente si potranno trovare esempi di tale forza. E si resterà stupiti che uomini così competitivi, così specializzati, potessero – nella propria Scienza – rimanere così ciechi e stupidi.

 

La municipalità di Budapest decise di erigergli un monumento funebre solo nel 1894; nel 1904, l’Ospedale di San Rocco, a Budapest, scoprirà una sua statua all’ingresso, opera dell’artista Alajos Stróbl[21], e in seguito intitolerà a suo nome la Clinica Ostetrica. Dal 1969, l’Università di Budapest si chiama “Università Semmelweis” in suo onore.

 
statua

Oggi, è ricordato come “un salvatore delle future mamme”, e un pioniere della Medicina, insieme ai microbiologi Bruce, Pasteur e Koch, al farmacologo Fleming, alla ricercatrice nel campo della chimica e della fisica Maria Curie, ai fisiologi Banting e Best, e a tanti altri che hanno avuto il pregio di scoprire, anzi tempo, quello che s’ignorava, o, peggio, si contestava, con disprezzo e arroganza, vuoi per pregiudizio, se non addirittura per gelosia tra colleghi.

 

Pertanto, nella ricerca in Medicina, cosa deve prevalere: il monopolio o il pluralismo dell’informazione? L’originalità o l’intransigenza nei metodi d’indagine? La parcellizzazione o la globalizzazione dei risultati?

Qual è la strada migliore?

Nessuna, naturalmente, perché bisogna saper integrare, e non emarginare, le opinioni diverse.

 

Chiunque, in ogni campo, deve essere libero di esprimere le proprie idee senza condizionamenti, pregiudizi, ricatti o rifiuti immotivati da parte di chi ne contesta la validità.

La lungimiranza è una dote che non deve essere repressa, soprattutto con la forza, perché alcune convinzioni sono destinate, a torto o a diritto, a perpetuarsi all’infinito.

 

            Il pensiero ha le ali; nessuno può arrestare il suo volo,

 

dice il regista egiziano Youssef Shahin (Chahine)[22] nel 1997 a conclusione del suo film Il destino, che tratta della vita di Averroè, medico, matematico, filosofo e giureconsulto del XII secolo[23], grande genio del suo tempo, celebrato da artisti e letterati del Rinascimento, ma assai criticato come “eretico” dai contemporanei.

 

Anche Ipazia d’Alessandria[24], filosofa e matematica neo-platonica, altra martire dell’oscurantismo religioso nel V secolo d. C., è stata ampiamente rivalutata da scrittori contemporanei, tra cui anche il compianto storico-saggista Umberto Eco nel libro del 2000, cap. 33, Baudolino, a dimostrazione che “l’eresia” di ieri è la realtà di oggi.

 

Ritornando al tema della Medicina, così si esprime il dottor Bernard Lown, cardiologo statunitense, premio Nobel per la Pace nel 1985[25]:

 

[…] Un medico appartiene a due culture: quella dominante è la Scienza, la seconda è l’Arte del curare, che è indispensabile al pieno successo della Scienza.

In futuro il dominio della Scienza andrà oltre la malattia e la cura, ma non sostituirà mai l’Arte.

La Medicina non può abbandonare la guarigione delle anime sofferenti senza compromettere il suo ruolo per la condizione umana.

Soltanto quando un medico sarà in grado di riflettere sul destino del malato afflitto da dolore e paura, allora potrà capire l’individualità specifica di un singolo essere umano; un paziente è qualcosa di più della malattia.

 

Grandi e lungimiranti parole scritte da un uomo moderno, da un medico saggio, da uno scienziato convenzionale, da un cardiologo che pratica ancora seguendo i criteri diagnostico-terapeutici tradizionali, da una persona che comprende e apprezza l’intrinseco valore dell’unicità dell’uomo![26]

 

Anche il dottor René Géronimo Favaloro[27], cardiochirurgo argentino, autore nel 1967 del primo bypass aorto-coronarico, è dello stesso parere:

 

La scienza e la coscienza devono stare dalla stessa parte, quella dell’umanità. […] Un medico non è chiamato a curare soltanto un corpo, ma anche un’anima; per farlo, deve intendere la sua professione come un servizio, come una missione.

 

Quest’opinione di un medico convenzionale, che ebbe molti riconoscimenti internazionali per il suo ruolo tecnologico nella ricerca avanzata in cardiologia, oggi ampiamente sfruttato con ottimi risultati, è assai illuminante.

 

In definitiva, oggi ricordiamo, celebrandolo, il meritevole intuito del dottor Ignác Semmelweis, mentre ignoriamo il ruolo e il nome del suo antagonista, il professor Joann Klein, il quale è così rapidamente passato dal disprezzo all’oblio.

Il principio dell’alternanza è sempre valido: quanto di male hai fatto in vita, molto di peggio ti sarà restituito poi, perché il cambio di giudizio, con il passare del tempo, è scontato, diventando inesorabilmente e indiscutibilmente definitivo.

 

Pertanto, a chi dare giustizia? All’infamia subita dal dottor Semmelweis o alla protervia ignoranza del professor Klein e degli illustri clinici che non seppero, né vollero, capire l’importanza della sua scoperta, tutta tesa a favore della salute delle pazienti?

Che cosa deve essere premiata? La lungimiranza e l’intuito di un semplice assistente medico, oppure l’ottusa e arrogante incapacità ad accettare la realtà da parte dei suoi superiori, i quali non intendevano mettere in discussione la Scienza del loro tempo, a discapito della salute delle pazienti?

 

I posteri del dottor Semmelwieis non hanno avuto dubbi a proposto.

 

Oggi viene istituzionalizzato quello che ieri era negato, perché nessuno, a quel tempo, aveva avuto il coraggio di premiare l’illuminazione di un uomo semplice e senza ambizioni, animato da puro spirito di verità e da sincera dedizione verso il prossimo.

 

“L’eresia”, nella Scienza come in Medicina, spesso è assai salutare per il libero sviluppo delle conoscenze universali[28].

Tuttavia, il pensiero corre subito alla cronaca attuale: alcuni illustri rappresentanti della stessa Santa Madre Chiesa Cattolica Apostolica Romana oggi vogliono includere nell’elenco degli “eretici” addirittura Papa Francesco, così come anni fa successe a Papa Wojtyla, Giovanni Paolo II, ai quali vengono attribuite, dai cosiddetti “sedevacantisti”[29], rispettivamente ben 7 e 101 “eresie”, a causa del loro spirito “ecumenico”, considerato eccessivo.

Forse “insani” dubbi albergano anche in seno al Vaticano?

 

Chissà cosa diranno da Lassù tutti gli eretici, e, in particolar modo, Giordano Bruno e il conte di Cagliostro, che furono sacrificati dalla Chiesa Cattolica in nome della Fede?

 

Strana coincidenza: proprio 500 anni fa (era il 31 ottobre del 1517) il frate agostiniano Martin Lutero affisse le sue “95 tesi” sulla porta della chiesa di Wittenberg, dando così inizio alla Riforma protestante.

In tutti i campi del sapere umano, “l’eresia” è veramente è il grande motore del progresso universale.

Combatterla, vuol dire precipitare nell’oscurantismo culturale.

Accettarla, integrandola nella società, invece, è espressione di grande saggezza.

 

Tommaso De Chirico


[1] Con questo termine alludo non solo allo studio delle vicende dell’umanità nel corso del tempo, ma, soprattutto, all’evoluzione del sapere in tutte le sue espressioni, dalla scienza alla filosofia, dalla musica alla letteratura, dalla pittura all’architettura, e via dicendo.

[2] Anche le favole, che, impregnate di fantasia, rallegrano regalando i sogni, sono di grande insegnamento morale, soprattutto perché ci aiutano a convivere con i principi archetipici del pensiero universale.

[3] E’ di frequente riscontro il fatto che, a seguito di nuove esperienze, talvolta ciò che ieri era demonizzato, oggi viene rivalutato, se non addirittura consigliato. Ecco alcuni esempi, tratti dalle abitudini alimentari: il caffè, il burro, il cioccolato, il the e il vino, perché fonte di preziosi antiossidanti, e le uova, in quanto ricche di colesterolo e di sostanze indispensabili per talune funzioni dell’organismo. Però, avviene anche il contrario: molti farmaci, una volta approvati e immessi in commercio, sono poi ritirati a causa di gravi effetti collaterali, evidenziati durante la pratica clinica corrente. In definitiva, la ricerca in Medicina si evolve continuamente, perché la dialettica è sempre attuale nella Classe medica.

[4] Assai preziose sono le informazioni fornite da Massimo Fioranelli e da Maria Grazia Roccia nel libro: Medici eretici, Ed. Laterza, Bari, 2016, al cui testo faccio riferimento. Nell’Introduzione, gli autori, entrambi qualificati insegnanti universitari di Storia della Medicina, evidenziano, in modo del tutto imparziale, l’ingiustizia della Storia nei confronti di quei medici che, da Ippocrate al cardiochirurgo sudafricano, il dottor Christian Barnard, hanno rivoluzionato le conoscenze nella Medicina, meritandosi così l’ingiusto appellativo di “eretici”. Essi affermano che hanno scritto: […] un racconto della rivoluzione del pensiero medico che si è sviluppato attraverso continue eresie e scontri con il pensiero dominante, quasi sempre contro il potere politico, spesso contro le dottrine religiose, per la salvaguardia dell’uomo.

[5] Le notizie sulla vita e sulle opere del dottor Semmelweis sono state tratte dai libri di Louis-Ferdinand Céline: Il dottor Semmelweis, Adelphi Edizioni, Milano, 1975, e di Luigi Sterpellone: Medici Illustrissimi, Antonio Delfino Editore, Roma, 1987, oltre che dal libro del 2016, già citato, di Fioranelli e Roccia.

[6] Con questo termine s’intende un’infezione acutissima con successiva setticemia, spesso mortale, a partenza dall’utero nella donna che ha appena partorito, dovuta a vari batteri, tra cui, più frequentemente, lo streptococco piogene.

[7] Data di presa d’incarico della Clinica da parte del dr. Klein.

[8] In media quindici al giorno, erano praticate a mani nude, senza guanti o protezioni dirette.

[9] Qui non erano previste le autopsie.

[10] All’inizio della sua fondazione, la Clinica Ostetrica era diretta dal dottor Joann Boër, il quale, anche per rispetto verso le puerpere, aveva deciso di far effettuare le autopsie solo quando la patologia che aveva condotto al decesso era meritevole di approfondimento. Durante i trent’anni della sua direzione, la mortalità delle partorienti si aggirava intorno all’1%.

[11] Siamo nell’epoca pre-pasteuriana, in cui l’ipotesi batterica era ancora inesistente; tuttavia, le nozioni d’igiene si stavano già imponendo in tutti i settori della società.

[12] Nessuno dei presenti nella Clinica fu mai illuminato da questa banale osservazione, eppure l’esperienza, unitamente alla statistica dei decessi, avrebbe dovuto suscitare in loro non pochi dubbi!

[13] L’ipoclorito di calcio, noto come cloruro di calce, è tuttora utilizzato come disinfettante delle acque perché ha una modesta azione battericida. A quel tempo si sfruttava la funzione detergente per rimuovere lo sporco e le” impurità” (i microbi?) da oggetti e tessuti.

[14] Vedi l’immagine.

[15] Vedi la tabella riprodotta nelle immagini.

[16] Per principio, si rifiutava il concetto che i medici potessero essere degli involontari portatori di malattie.

[17] Vedi le vicende storiche di quel periodo.

[18] Vedi, nell’immagine, il frontespizio dell’opera.

[19] Nato il 9 marzo 1862 in Algeria, e morto a Parigi il 14 gennaio 1929, il dottor Widal fu un illustre medico e batteriologo, studioso di numerose malattie infettive, tra cui il tifo e l’erisipela.

[20] Étude sur l’infection puerpérale, la “phlegmasia alba dolens” et l’érysipéle, Ed. G. Steiheil, Parigi, 1889.

[21] Vedi l’immagine.

[22] (Alessandria d’Egitto, 25 gennaio 1926; Il Cairo, 27 luglio 2008).

[23] (Cordova, Spagna, 14 aprile 1126; Marrakech, Marocco, 10 dicembre 1198).

[24] (Alessandria d’Egitto, 370 d. C.; Alessandria d’Egitto, 415 d, C.).

[25] Nato il Lituania il 7 giugno 1921, ma emigrato negli Stati Uniti a tredici anni prima dello scoppio della II Guerra Mondiale, il dottor Lown è un celebre cardiologo, noto soprattutto per le sue ricerche sull’Aritmologia e sullo sviluppo della tecnica del Defibrillatore. Attualmente, è Professore Emerito di Cardiologia presso la Harvard School of Public Health.

[26] Il dottor Lown fu insignito nel 1985 del Premio Nobel della Pace insieme al cardiologo sovietico Eugene Chazov per l’impegno congiunto russo-americano contro i rischi di una guerra nucleare, merito acquisito a seguito dei risultati ottenuti dalla Fondazione, avvenuta nel 1980 per opera degli stessi medici, dell’International Physicians for the Prevention of Nuclear War, Istituzione oggi attiva più che mai, data la cronaca recente.

[27] (La Plata, Argentina, 12 luglio 1923; Buenos Aires, 29 luglio 2000).

[28] Da Averroè (XII secolo d. C.), nel campo della medicina e della filosofia, per arrivare a Galileo e Curie, grandi innovatori nell’astronomia e nella chimica (rispettivamente, nel XVII e nel XX secolo), passando attraverso i grandi rappresentanti dell’Arte (pittura, scultura, architettura, musica, letteratura, e altro) e della Scienza in generale nel corso degli ultimi secoli, illustri esempi di “eretici” non mancano. E’ il destino di molti geni dell’umanità, disprezzati in vita, ma glorificati dai posteri, proprio perché, cambiando i parametri di valutazione, di conseguenza cambiano quelli di giudizio.

[29] I “sedevacantisti” sono coloro che, in seno alla Chiesa Cattolica Romana, ritengono non esserci più un “vero” Papa sulla Cattedra di Pietro dal tempo di Pio XII, a causa delle idee innovative, espresse dai Papi successivi al Pontefice Eugenio Maria Giuseppe Pacelli, non in linea con l’ala più estremista dei tradizionalisti della Chiesa, che, seppur in minoranza, contesta il “centralismo romano”. Vedi la “Lettera ai cristiani oggi”, sottoscritta da 63 teologi il 15 maggio 1989 e pubblicata in “il Regno-Attualità” n. 10, e la Lettera Correctio filialis de haeresibus propagatis, sottoscritta da 62 sacerdoti e studiosi cattolici e resa pubblica il 16 luglio 2017, contro l’esortazione apostolica di Sua Santità Papa Francesco, Amoris Laetitia: Esortazione Apostolica post-sinodale sull’amore nella famiglia.

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