Un compendio non veritiero

Una biografia completa di Mons. Giovanni Barberi si trova nella pubblicazione del Compendio commentata nel 1973 da Giuseppe Quatriglio, nella quale viene citato il volumetto di ottanta pagine scritto dal figlio del Barberi, l’Avvocato Cavaliere Andrea, e pubblicato nel 1837 col titolo: Cenni biografici intorno a Monsignor Giovanni Barberi, Fiscale Generale del Governo.

Queste sono, in sostanza, le informazioni: innanzi tutto Giovanni Barberi non era ecclesiastico ma un laico, e fu un fedele funzionario dello Stato Pontificio, chiamato Monsignore per un francesismo di moda in quel periodo.

Di conseguenza, non era un padre gesuita, come ritenuto da taluni.

L’equivoco nasce dal fatto che, in alcune delle prime edizioni del Compendio, l’autore del testo appariva con il nome di Padre Marcello, gesuita; questo, in realtà, era il suo pseudonimo, forse adottato anche per far risaltare che, una volta approvato dalla Reverenda Camera Apostolica, il suo libro doveva essere ritenuto come la vera e unica versione ufficiale della Curia di Roma a riguardo del Processo al conte di Cagliostro.

Nato a Roma il 10 dicembre 1748, figlio dell’Avvocato Filippo, dopo aver appreso nel suo studio le prime nozioni di Diritto e la Giurisprudenza Criminale, una volta diventato Avvocato esercitò anche lui la professione, prima presso il padre e poi in proprio.

Dopo aver sposato la figlia di un Avvocato, da cui avrà tre figli, nel 1780 fu nominato dal Papa Pio VI Avvocato Fiscale Generale dello Stato Pontificio e, in seguito, suo Consigliere Personale, poiché il Papa nutriva verso di lui una fiducia del tutto particolare; per questo motivo gli conferì l’incarico di occuparsi sia del Processo a Cagliostro sia della stesura del Compendio.

medaglione con il Cardinal de Zelada

Cardinal de Zelada

Dopo la sanguinosa sommossa del 13 gennaio 1793 a Roma, che vide la morte del Legato francese Hugo de Bassville, e la successiva del 28 dicembre 1797, in cui fu ucciso il Generale dell’Ambasciata francese Malthurin Léonard Duphot, preludio all’occupazione di Roma da parte delle truppe francesi e alla proclamazione, il 15 febbraio 1798, della Repubblica Romana, subì anche lui la carcerazione a Castel Sant’Angelo poiché ritenuto responsabile, insieme ai Cardinali de Zelada e Albani, dei celebri fatti di Bassville e di Duphot, cioè dei moti anti-francesi.

Fu scarcerato poco dopo ma, riaperte le indagini, condannato a morte dalle Autorità francesi.

Fece però in tempo a scappare a Orbetello, dove rimase nascosto fino al 27 settembre 1799; graziato, rientrò a Roma nel luglio del 1800 al seguito del nuovo Pontefice Pio VII.

Riprese, così, il suo posto in Vaticano ma, nel 1808, venne di nuovo arrestato e rinchiuso dai Francesi a Castel Sant’Angelo.

Non ci resterà a lungo.

Relegato in un secondo tempo a Spoleto, ritornerà a Roma nel 1815, una volta ripreso il completo dominio sulla Città e sullo Stato Pontificio da parte del Papa.

Dopo alcuni incarichi pubblici nella Santa Sede, morirà il 14 agosto del 1821 all’età di settantatré anni vissuti così intensamente che mai avrebbe immaginato di rivaleggiare, attraverso le sue peripezie, con gli eventi da lui descritti nel Compendio a proposito di Giuseppe Balsamo, detto conte di Cagliostro.

Quello che, però, non previde fu la vendetta postuma di Cagliostro, accuratamente descritta nella Lettera al Popolo Inglese del 20 settembre 1786, in cui il conte riferisce il destino dei suoi detrattori nel Processo di Londra del 1777.

Conobbe, pertanto, la durezza della prigione e l’umiliazione della condanna a morte, ma a lui andò meglio degli altri antagonisti del conte. Anzi, fu più fortunato; il suo nome è, e resterà per sempre, legato non agli eventi che visse ma al Compendio che scrisse.

Infatti, questo libro ha condizionato per secoli la figura del personaggio del conte di Cagliostro, poiché, a tramandare ai posteri l’immagine di un imbroglione, di un truffatore, e di un gabbamondo, ignorando gli aspetti profondamente spirituali delle sue parole e delle sue azioni, non furono gli Atti del Processo ma proprio il Compendio di Giuseppe Barberi!

Il libro uscì ufficialmente il 22 aprile 1791, giorno di Venerdì Santo; allora Cagliostro, dopo la Sentenza del 7 aprile e dopo essere stato trasferito da Roma il 16 aprile, era già presente nella Rocca di S. Leo.

Gaetano Marini

Gaetano Marini

Gaetano Marini, illustre letterato, Storico e bibliotecario del Vaticano, a proposito del Compendio, così si esprime nella Lettera n. 292 del 30 aprile 1791 indirizzata a Giovanni Fantuzzi: […] mandovi la vitarella di Caliostro franca per la posta; tutta la città ha urlato contro questa oscenissima stampa, pubblicatasi il venerdì santo; se ne è già fatta la seconda edizione, manifestando, con queste poche parole, sia una pessima opinione verso il libro sia una palese perplessità, mista a stupore, per la sua così rapida diffusione.

E’ altresì corretto riportare anche altre critiche, tra cui quelle già espresse nel 1791 da Gaetano Tschink, secondo il quale è viva l’impressione che il Compendio, ufficialmente compilato a conclusione e sintesi del dibattimento, poi subito stampato alla fine del Processo, tradotto in varie lingue e divulgato dopo la Sentenza con un tempismo degno di uno scoop letterario dei giorni nostri a quel tempo impossibile, in realtà fosse stato scritto prima della Fase Istruttoria.

Infatti – afferma l’Autore – sembra che, almeno in parte, il testo dei Verbali del Processo (al quale Mons. Barberi partecipò come Segretario del Notaio degli Interrogatori, l’abate Giuseppe Lelli della Cancelleria del Tribunale del Sant’Uffizio) ricalchi gli appunti che saranno poi utilizzati per scrivere il Compendio; cioè, in sostanza, gli Atti processuali sarebbero una copia del Compendio e non viceversa, come comunemente ritenuto.

Se ciò fosse dimostrato, e confermato, sarebbe un fatto gravissimo; vorrebbe significare che sia il giudizio morale sulla persona di Giuseppe Balsamo, alias conte di Cagliostro, sia la Sentenza, erano già stati formulati prima della conclusione del Processo!

Purtroppo, c’è ancora di più; nel testo del Compendio si rilevano molte inesattezze cronologiche, sono presenti parecchie contraddizioni, e sono frequentemente espresse opinioni personali e falsità di giudizio che i Giudici hanno ritenuto opportuno non registrarle negli Atti ufficiali del Processo.

Poiché solo durante il dibattimento poterono emergere dalla viva voce degli interrogati molti particolari inediti, diversi dalla versione fornita da Mons. Barberi (tra questi la versione del musico Giuseppe Ricciarelli che, non solo scagiona il conte di Cagliostro dall’accusa di eresia, ma addirittura afferma che il conte e Giuseppe Balsamo sono due persone diverse, poiché testimonia di averle frequentate separatamente in momenti e luoghi differenti) si potrebbe dire che il Barberi fu più realista dei Giudici del Tribunale, e che costoro non ebbero il coraggio di avvallare tutti i fatti da lui descritti, ritenendone alcuni esagerati e altri inventati ad arte.

Questo rappresenta un motivo in più per dubitare sia della correttezza degli Inquisitori del Processo di Roma (i Giudici, in ogni caso, tennero per buone le informazioni di parte, discutibili e mai sottoposte a verifica, raccolte e divulgate da Mons. Giovanni Barberi, e non richiesero altre verifiche) sia della obiettività del Compendio e dell’immagine che questo libro tramanda alla Storia per screditare per sempre il conte di Cagliostro, qui erroneamente identificato con il palermitano Giuseppe Balsamo, figlio di Pietro.

Conte di Cagliostro

Conte di Cagliostro

Basti pensare che nel giuramento imposto agli Avvocati Difensori Mons. Gaetano Bernardini e Mons. Luigi Costantini, dopo l’autorizzazione del 15 novembre 1790 alla loro nomina da parte della Segreteria di Stato, così è scritto:[Io Carlo Aloisio Costantini, avvocato concistoriale chiamato innanzi al Padre Commissario Generale della Santa e Romana Inquisizione dopo avere toccato con le mani il Sacrosanto Vangelo di Dio, postomi dinanzi, giuro e prometto di accettare il patrocinio affidatomi dal nostro devotissimo Papa Pio VI a favore di Giuseppe Balsamo e di Francesco Giuseppe di S. Maurizio, inquisiti e carcerati per i motivi di cui è detto negli atti del Sant’Uffizio, di mantenere il segreto con fedeltà e di esercitare la mia opera con sincerità e buona fede al solo scopo di far ammettere le loro colpe e di farli rinsavire, benché io riconosca di essere ingiusta la difesa dei due Rei denunziati.

Ripeto: […] e di esercitare la mia opera con sincerità e buona fede al solo scopo di fare ammettere le loro colpe e di farli rinsavire, benché io riconosca di essere ingiusta la difesa dei due Rei denunziati.

Cioè, si dava già per scontato che gli accusati fossero sicuramente colpevoli dei reati a loro imputati, da rendere inutile qualsiasi difesa.

Insisto: di là da ogni procedura giuridica di Diritto Civile, gli stessi Avvocati Difensori ritenevano aprioristicamente indiscutibile la colpevolezza dei loro assistiti!

In uno Stato di Diritto tale norma, oggi, sarebbe giudicata inaccettabile, non garantista, e sicuramente illegale.

Se questo è il testo originale, allora è proprio vero quello che si è sempre pensato, cioè che la Sentenza del conte era già stata emessa prima del Processo.

D’allora, ben pochi biografi di Cagliostro, pur contestando in termini giuridici lo svolgimento dell’Istruttoria, pur analizzando criticamente il dibattimento tra Accusa e Difesa e pur commentando negativamente la Sentenza, ebbero il coraggio di mettere in dubbio il testo del Compendio.

Questo inganno è così duro a morire che ogni biografia su Cagliostro, ancora oggi, si basa sempre e acriticamente sul Compendio, che Franco De Pascale, studioso di Cagliostro, curatore dell’Edizione italiana del 2004 del libro di Marc Haven, definisce infame perché ritenuto, erroneamente, il documento ufficiale sulla sua vita.

Anche Gaetano Marini, come già visto, lo definisce nel 1791: oscenissima stampa!

Per tutti questi motivi, pertanto, non è possibile considerare il Compendio come l’unica fonte attendibile sulla vita e sulle opere del conte Cagliostro, erroneamente conosciuto con il nome di Giuseppe Balsamo, né tantomeno come il resoconto ufficiale del suo Processo, i cui unici fedeli documenti di riferimento restano gli Atti del Ristretto del Processo presenti sia nel Manoscritto 245 Fondo Vittorio Emanuele, depositato nella Biblioteca Comunale Centrale di Roma, sia nell’ACDF, Archivio della Congregazione per la Difesa della Fede, ex Sant’Uffizio in Roma, con la sigla S-3-g, Tomo XLVI 1791.

 

 

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